Bentivogli: serve una rivoluzione generazionale

Marco Bentivogli - Whirpool

Intervista su Lettera 43

di Gabriella Colarusso

05 Maggio 2015

Il sindacato? Bisogna tagliare i dirigenti, puntare sulla prima linea in fabbrica e ruotare gli incarichi. Le idee di Bentivogli, segretario dei metalmeccanici Cisl.

Di lui dicono che sia l’anti-Landini, il volto liberal di una nuova stagione sindacale.
E in effetti, da quando nel novembre 2014 è stato eletto quasi all’unanimità segretario generale dei metalmeccanici della Cisl, Marco Bentivogli non ha smesso di fare a botte – metaforiche, s’intende – con l’amico Maurizio, che «vuole fare il sindacato laburista di partito», molta politica e sempre meno industria, e ha consegnato «una grande organizzazione culturale come la Fiom al sindacalismo da talk show, all’intrattenimento presenzialista in tivù».

L’ANTI-LANDINI ALLA PROVA DELLE TIVÙ. Non che Bentivogli non sia sensibile alle esigenze della comunicazione.
Ha un blog che usa anche per azzannare il suo competitor più famoso, poco più di 1.700 follower su Twitter, un ufficio stampa molto attento a che nelle redazioni girino foto carine del giovane segretario, non disdegna le interviste e le ospitate in tivù. «Non credo che le tivù non siano importanti», dice a Lettera43.it, «ma io non abbandonerò mai un tavolo di trattativa per andare a un talk show, com’è successo all’Ast di Terni». Landini docet.
IL PARALLELO CON SALVINI. Quanto alle presenze televisive: «Il rapporto tra Maurizio e me in tivù è 56 a zero, dati Rai, attendiamo quelli Agcom. Questa vocazione dei media ad ascoltare solo il movimento della paura fatto da Landini e Salvini non serve a niente».
Landini uguale Salvini uguale paura? Affettuosità tra compagni. «Salvini spaventa sui migranti, Landini sul futuro. Vuole scalare la Cgil grazie al rapporto privilegiato che ha con i media. Sempre senza contraddittorio sindacale». Lo sta sfidando a un duello televisivo? «Assolutamente. Sarebbe molto meglio dei palinsesti addomesticati dove continuano a contrapporgli Gasparri o la Santanchè. Troppo facile».

Sul sindacato: «Serve una rivoluzione generazionale»

Ma al di là del rapporto burrascoso con il leader della più grande organizzazione sindacale dei metalmeccanici, chi è, da dove viene, e dove vuole arrivare Marco Bentivogli?
Quarantaquattro anni, originario di Conegliano Veneto, sposato con una figlia, amante del cinema e dei Pearl Jam, il neosegretario Fim ha iniziato a fare il sindacalista a metà degli Anni 90, dopo la laurea in scienze politiche, un po’ di attivismo nel movimento della Pantera e molti lavoretti «nella giungla del precariato romano».
Da allora, poco è cambiato nel rapporto tra giovani e sindacato: «Tra il vecchio sindacato e i nuovi lavoratori continua a esserci una distanza che sembra incolmabile», dice. «Non è solo una questione di fragilità contrattuale che rende difficile per i precari organizzarsi per difendere i propri diritti o conquistarne di nuovi. C’è anche un tema generazionale, di strategia e di politiche».
IL LAVORO SI È FRAMMENTATO. Dal punto di vista organizzativo «il sindacato è rimasto una brutta copia di quello degli Anni 70, che allora aveva successo perchè c’erano poche ma grandissime fabbriche, comunità operaie che vivevano insieme anche per decenni».
Oggi, prosegue Bentivogli, «il lavoro si è frammentato: nessuno lo immaginerebbe ma la provincia di Roma ha 90 mila metalmeccanici, solo che sono sparpagliati in aziende piccolissime, cambiano spesso lavoro. Non hanno possibilità di organizzarsi. Dobbiamo andare noi da loro. Il nuovo sindacalista deve essere un intercettore».
Per farlo, bisogna cambiare alla radice i modi e i contenuti della rappresentanza: accorpare le categorie, semplificare i contratti nazionali, ridurre il numero delle sigle sindacali.

VERSO UNA FEDERAZIONE UNICA DELL’INDUSTRIA. L’obiettivo è dar vita, «entro quest’anno», a un’unica federazione dell’industria, racconta il segretario della Fim, che metta insieme «i metalmeccanici, i chimici, i tessili, l’energia, come avviene nel mondo. Saremo noi i primi e gli unici a farlo».
Operazione semplice solo sulla carta, perchè accorpare significa «tagliare le poltrone» delle dirigenze sindacali e «la resistenza ai vertici è fortissima».
Andremo avanti «come un treno», promette Bentivogli, perchè «il baricentro della nostra attività non deve essere negli apparati, ma nei luoghi di lavoro».
Di più. È arrivato il momento «di introdurre il principio della rotazione stringente degli incarichi. Deve esserci spazio per il ricambio. I giovani devono impadronirsi dei sindacati».

BONANNI? OGGI È SOLO UN ISCRITTO. Qualcuno, però, dovrebbe convincere precari a 1.000 euro al mese e con un pensione futura, se va bene, da 600 euro, che ha senso far parte di una organizzazione il cui ex segretario – Raffaele Bonanni – percepisce 366 mila euro di pensione all’anno, molto più del tetto fissato dal governo per gli stipendi dei dirigenti pubblici.
«Questo tema è un po’ scivoloso, si rischia di fare solo scandalismo», dice Bentivogli. «In altre confederazioni ci sono state pensioni incrementate in maniera artificiale e chi ne ha beneficiato ha ricoperto successivamente importanti incarichi politici. Oggi Bonanni è un semplice iscritto della Cisl».
E se si fa notare a Bentivogli che la carriera di Epifani, ex leader Cgil che gode di una generosa pensione calcolata con il sistema retributivo e incassa anche lo stipendio da parlamentare, non cambia le cifre dell’assegno mensile di Bonanni, lui risponde: «Mettiamola così: per troppi anni il sindacato si è occupato di difendere le pensioni del sistema retributivo che non esiste più per le nuove generazioni. Se guadagni 1.500 euro oggi la tua pensione non sarà di 1.300 ma di 650-700 euro, perciò stiamo lavorando molto sulle integrative e perché la pensione contributiva assicuri un battente di dignità. Altrimenti rischiamo di avere intere generazioni povere dopo 45 anni di lavoro».

Su Renzi: «Si è fatto influenzare dalle lobby»

Già, il lavoro. La contrapposizione più forte con il segretario della Fiom si gioca proprio sul terreno del Jobs Act. «Ho sempre detto che l’articolo 18 è importantissimo, ma difendere solo quello fa perdere di vista la realtà», premette Bentivogli.
«Quando si costruiscono le norme sul lavoro bisogna essere molto pragmatici e invece c’è tanta ideologia da un lato e propaganda dall’altro. Prendiamo il caso della Franco Tosi: la Fiom non ha appoggiato l’accordo e si è resa così responsabile dei 346 licenziamenti». Accusa pesante. «Assolutamente si. E non ha firmato perchè le assunzioni vengono fatte a tutele crescenti: tra il futuro dei lavoratori e la contesa con Renzi sul Jobs Act ha preferito la seconda».

UN PREMIER «POCO CORAGGIOSO». Dunque il premier ha ragione quando accusa il sindacato di conservatorismo? «Purtroppo Renzi ha ascoltato più le lobby che noi. Lo spirito liberale con cui è stato fatta la riforma del lavoro io non l’ho visto sulla rendita», dice Bentivogli. «Non può essere così prudente con le caste, compresa quella dei giornalisti. È stato poco coraggioso nello sfoltimento delle tipologie contrattuali precarie, ha sbagliato sui licenziamenti collettivi che creeranno lavoro solo per avvocati e magistrati. Lo stesso dicasi per quelli disciplinari, errore madornale. E poi mancano le politiche attive per il lavoro, c’è troppa flex e poca security». Eppure.

LA MATERNITÀ PER TUTTI È UNA CONQUISTA. «Eppure la maternità estesa a tutti la considero una conquista di civiltà, come la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro», spiega il sindacalista. «E poi ha senso una battaglia ideologica su una legge che già c’è oppure è meglio fare quello che stiamo facendo con la Fim e cioè una una vertenza affinchè in tutte le aziende i contratti a termine, interinali, precari, vengano trasformati in tempo indeterminato visto che ci sono gli sgravi contributivi? Al di là delle fesserie che si dicono nei talk show vorrei vedere se un lavoratore precario non sceglie comunque un contratto a tutele crescenti».

Su Pomigliano: «Altro che schiavitù, è un gioiello»

Tra Landini e Marchionne, insomma, Bentivogli chi sceglie?
«Nessuno dei due, scelgo i lavoratori della Fiat che oggi entrano in fabbrica non grazie a Marchionne ma agli accordi che la Fim ha fatto con Marchionne», dice. «La polarizzazione tra Robin Hood e lo sceriffo di Nottingham è ridicola. Nel mezzo c’è stato un sindacato che non è scappato. Non ci siamo rifugiati nei talk show».
E adesso, prosegue, Pomigliano è una fabbrica «gioiello che vengono a studiare da tutto il mondo, altro che la favoletta della schiavitù».
Il modello World Class Manufacturing (Wcm) «ha fatto fare un salto di qualità al lavoro: su 5 mila lavoratori di Fiat che abbiamo intervistato con l’anonimato, di tutte le sigle, la maggioranza sostiene che con il Wcm il lavoro è più sicuro, pulito, efficace e organizzato. La sfida ora è la partecipazione dei lavoratori anche alle scelte strategiche dell’azienda».

DUE STRADE: CONTRATTI TERRITORIALI E BILATERALITÀ. Fuori dalla fabbrica fordista, le strade da percorrere per intercettare i nuovi lavoratori sono due, suggerisce il leader Fim: la bilateralità e la contrattazione territoriale. La prima consente «attraverso contratti collettivi di portare misure di sostegno al redditto e di welfare anche in aziende di tre o quattro dipendenti. Lo abbiamo già sperimentato, con gli enti bilaterali dell’artigianato, secondo una forma organizzativa che è quella dei networker».
La contrattazione territoriale, invece, unita a quella nazionale, riesce ad arrivare anche nelle imprese piccole e non sindacalizzate di una stessa area. «Se faccio il contratto della filiera della Ict nella provincia di Roma riesco ad arrivare a tutte le aziende che sono in quel territorio», conclude. «C’è un contratto di grandissimo interesse di questo tipo ed è nella provincia di Siracusa».
Territorialità, bilateralità, nuove tecnologie, modello Pomigliano, no al sindacato che fa politica, si (con riserva) al Jobs Act renziano. #mauriziostaisereno.

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