BENTIVOGLI “IL SISTEMA-PAESE PREFERISCE LE RENDITE AGLI IVESTIMENTI”

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VALORI giugno 2015 di Andrea Di Stefano

“IL SISTEMA-PAESE PREFERISCE LE RENDITE AGLI IVESTIMENTI”

Bentivogli(Fim-Cisl):”Il capitalismo italiano è fuggito dall’industria per rifugiersi dove può fare soldi senza fatica”

“Bisogna smetterla di usare armi di massa”, esordisce Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl. ”Per affrontare seriamente i problemi dell’economia italiana bisogna parlare di politiche industriali. Invece, ci siamo occupati di articoli 18, di nove riforme del mercato del lavoro ma per ora di nessun reale intervento che possa incidere per contrastare una crisi profonda”.

Bentivogli, la ripresa è davvero in atto?

C’è un ottimismo eccessivo. Una crescita zero sullo stesso trimestre dell’anno precedente non significa ripresa. Dobbiamo partire da altri numeri: un terzo del nostro sistema manifatturiero è scomparso, un terzo sta aspettando la ripresa dei consumi interni e un altro terzo ha resistito discretamente con l’export. Ma in un paese dove la ricchezza nazionale viene in larga parte dal comparto industriale va preso atto che la situazione è molto grave.

Vediamoli alcuni di questi numeri…

Dal 2008 la produzione metalmeccanica ha perso il -31,3% e le esportazioni sono scese del -7,6%. Oltre 300mila i licenziati nella medio-grande impresa, altre decine di migliaia nelle piccole aziende oltre a 200mila persone in cassa-integrazione. Nel 2014 abbiamo registrato un ulteriore peggioramento: l’utilizzo è appena al 68,5% e l’andamento della produzione è a -1,6%. Troppe menzogne e demagogia: le conseguenze di questa crisi hanno nomi e cognomi, le 3 maledette D: disoccupazione, deindustrializzazione, disuguaglianza, i ricchi sempre più ricchi e tutti gli altri sempre più poveri. Il valore dell’industria metalmeccanica rappresenta il 7,4% della ricchezza prodotta in Italia, il 39% del valore aggiunto del manifatturiero e il 48% delle esportazioni. Solo in Lombardia sono oltre 30mila i metalmeccanici delle aziende in crisi e nel 2014 si sono avuti oltre 9mila licenziati.

Quali sono alcuni interventi urgenti?

La mappa dei fattori scatenati delle crisi aziendali dimostra che c’è un sistema Paese che disincentiva gli investimenti in favore delle rendite e delle delocalizzazioni. Il governo oltre agli annunci deve sciogliere i nodi della crisi: la mancanza di investimenti privati in ricerca, formazione, tecnologia, sostenibilità; il costo energia e materie prime più alto d’Europa; strategie aziendali sbagliate; burocrazia costosa e inefficiente; banche ben disposte a prendere denaro dalla Bce mentre bloccano il credito a imprese e cittadini.

Anche il capitalismo italiano sarebbe concausa dell’acuirsi della crisi?

Oggi gran parte del capitalismo italiano ha cercato, e trovato in molti casi, posizioni di rendita. E’ fuggito dall’industria per posizionarsi laddove si può accumulare ricchezza senza correre rischi e fare fatica. Non ho mai creduto che la ricetta possa essere quella delle nazionalizzazioni, una strada non percorribile sia per le regole europee sia perché è una stagione piena di ombre. Noi siamo convinti che un ruolo di controllo e pressione dei lavoratori mediante consigli di sorveglianza possa rappresentare un potente antidoto e una via da perseguire.

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