Bentivogli: “Il sindacato non si salva sconfinando nella politica” FattoQuotidiano

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Il Fatto Quotidiano 31 luglio 2015

Il sindacato non si salva sconfinando nella politica (versione integrale)

di MARCO BENTIVOGLI Segretario Generale Fim Cisl 

 

Ho letto con attenzione l’editoriale di Antonio Padellaro. Sono tra coloro che credono fermamente che il sindacalismo italiano è al dunque. Come mi sembrano autoassolutori gli interventi di Landini e della Camusso. Mi pare che parlare di svolte autoritarie e reazionarie ogni 5 minuti sia un ottimo paravento all’incapacità di cambiamento e al vuoto di strategia. La percezioni di eternità di ruolo e di troppi dirigenti è messa in discussione, non da Renzi ma da noi stessi e da quello che ci accade attorno.

Anzi il rapporto in difensiva col Governo ha dimostrato di fare acqua da tutte le parti. Quello si rischia di dare una connotazione “reazionaria” al sindacalismo di opposizione. E non basta dire cha abbiamo il tasso di sindacalizzazione secondo solo agli scandinavi. Non sottovalutiamo i nostri errori quanto le aggressive e reiterate campagne mediatiche, peraltro acuitesi non casualmente in queste ore. Ci sono stati altri periodi storici nel nostro Paese, in cui il sindacato ha però saputo, innovando, stare in campo e anche allora la sua carica di emancipazione e partecipazione popolare, furono stati messi all’indice dagli interessi e dai poteri costituiti. Poi, come sappiamo, l’eccezionale carica riformista del sindacato italiano, di guardare avanti, ha portato la Costituzione nelle fabbriche, ridisegnato, con le 150 ore per gli adulti, l’educazione e l’istruzione delle classi popolari, contribuito alla nascita di esperienze, che hanno rimesso al centro la salute, il benessere e la sicurezza, a partire dai luoghi di lavoro e non solo. E oggi? nel 2015, proprio nell’era in cui la politica, comunque la si pensi, riprende forza decisoria e al contempo scema la partecipazione popolare, abbiamo un’occasione straordinaria: riguadagnare un ruolo forte, educativo tra le persone nel lavoro.

Dobbiamo fare i conti laicamente con la nostra storia gloriosa – che recentemente ha anche i suoi limiti, penso all’abbaglio delle baby pensioni, alla favoletta dei “diritti acquisiti” -. e prendere nelle nostre mani il presente per ricostruire su basi nuove. Ce lo chiedono i nostri iscritti tradizionali, quelli che ho incontrato nelle durissime trattative di questi mesi: dall’Alcoa, all’Ilva, alla Lucchini, all’Ast di Terni, fino alla Whirpool, così come ce lo chiedono i lavoratori e i giovani che, troppo chiusi nelle nostre roccaforti, fatichiamo enormemente a rappresentare.

Gli stessi giovani cui, non ho paura a dirlo, dobbiamo restituire un futuro previdenziale anche toccando qualche diritto acquisito, non fra le vittime della riforma Fornero, ma su chi ha usufruito in pieno del sistema retributivo senza fare lavori usuranti e non si preoccupa per nulla, anche tra i nostri iscritti, di coloro che andranno in pensione, a 70 anni di età al massimo con il 46% dell’ultimo stipendio. Non ci interessa sentirci coccolati nei salotti e vaneggiare di antistoriche contaminazioni tra partito e sindacato, ci interessa giocare il nostro ruolo per cambiare l’Italia e l’Europa, per essere parte di un processo di profondo rinnovamento. I vecchi e nuovi collateralismi con progetti politici agevolano, come per la chiesa, la secolarizzazione del Sindacato e la fortuna politica dei suoi dirigenti.

Finalmente il segretario Fiom, su questo giornale, non esclude un ingresso in politica dopo il 2018. Non c’è nulla di male, sindacalisti in politica spesso sono bravi parlamentari. Il guaio è indossare due casacche da qui alle elezioni, in un apprendistato pre-elettorale che danneggerebbe la credibilità di tutto il sindacato. Abbiamo molto di meglio da fare, recuperare un ruolo educativo, aggregante e propositivo tra i lavoratori che li tenga lontani da populismi e xenofobia. Non possiamo relegarci al ruolo di coltivatori di indignazione ma di emancipazione e partecipazione. Altrimenti non ci meravigliamo della popolarità di Salvini e del proliferare dei compro oro o sale bingo e slot machine proprio nelle realtà operaie.

Dobbiamo rafforzarci nei luoghi di lavoro e nei territori, i lavoratori devono sentire il sindacato nuovamente come una forza che guarda loro le spalle che promuove, insieme a loro giustizia sociale e solidarietà. Certo, con forme organizzative e contrattuali nuove, senza, per questo, rinunciare a un’idea di società e di interesse generale. Per questo non serve il revival da intrattenimento rinverdire nei salotti radical figure simboliche quanto innocue. Dobbiamo rientrare nel lavoro, ridiscutere di organizzazione del lavoro, politiche industriali, sostenibilità ambientale, delle catene di fornitura nell’economia dell’interdipendenza, di come rappresentiamo un mondo del lavoro sempre più frammentato e globalizzato. Noi in Fim ci occupiamo di industry 4.0 perché altrimenti i benefici di produttività del futuro saranno per pochi e il centro non sarà mai la persona. Sappiamo che sono più interessanti i profeti di sventura che indicano nemici. Guai a difendere tutt’uno abusi e diritti perché la storia insegna che gli abusi, alla lunga mangiano i diritti. Nei metalmeccanici non faremo mai “scioperi bianchi” contro la timbratura o forme di lotta contro gli altri cittadini e lavoratori. A Pompei avevamo come Cisl più rappresentativo dei lavoratori. Secondo la Camusso e Landini, certificare quel voto è sufficiente? In quasi tutti i paesi del mondo votano solo gli iscritti al sindacato, anche per decidere su scioperi e contratti. L’unica idea nuova che ha la Cgil è il referendum? Che nei contratti nazionali coinvolge al massimo un terzo dei lavoratori e non vincola chi perde a firmare (vedi Fiom in Fiat e un mese fa in Riello).

I metalmeccanici, quando scioperano perdono salario e prima di bloccare un autostrada (sempre temporaneamente) o una Stazione, vuol dire che in gioco ci sono licenziamenti pesanti. Abbiamo 708 Contratti Nazionali, solo nell’industria 80, in molte categorie calano gli iscritti e aumentano sindacati e sindacalisti. Avere 7 sindacati in una fabbrica non è sinonimo di pluralismo ma di fame di poltrone, permessi e incarichi di cartone. Discorso ancor più chiaro considerando gli 11 sindacati presenti alla Camera dei Deputati.

Il proliferare di sindacati è utile alla deriva corporativa delle rivendicazioni, si creano sindacati personali e di piccole caste con forte potere di ricatto. Mi auguro che si sia imparata che non tutto ciò che si mobilita è progressista. Altrimenti, sussulti razzisti, leghisti delle quote latte e Casapound dovrebbero essere considerate cose virtuose. Credo fermamente che l’esempio e la testimonianza personale dei dirigenti conta. Perché fare il sindacalista non può essere occasione di inaccettabile privilegio individuale, ma, come scriveva Simone Weil, è il privilegio di permettere ai lavoratori di essere considerati persone, rendendoli consapevoli di non essere soli. Bisogna decidere proprio questo: puntare di sconfitta in sconfitta verso la vittoria finale, o fare di tutto per stare in campo, davanti rispetto al cambiamento, con una visione positiva del futuro perché è quella che vogliamo per gli ultimi e per i lavoratori che rappresentiamo.

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