Bentivogli: “ Il lavoro nero è una zavorra nel Mezzogiorno la politica è complice”. Corriere del Mezzogiorno

Marco Bentivogli Segretario Generale Fim Cisl

Bentivogli, “ Il lavoro nero è una zavorra nel Mezzogiorno la politica è complice”

Il leader nazionale della Fim-Cisl: nell’arretratezza del meridione pesano l’inadeguatezza della classe dirigente, il ritardo infrastrutturale  e il cattivo funzionamento della burocrazia

di Rosanna Lampugnani – Corriere del Mezzogiorno  (5 ottobre 2015)

 

 

Marco Bentivogli, uno studio della voce.info racconta che tra il 2008 e il 2012 in Italia il lavoro sommerso è aumentato del 3,9%, nel Sud del 12.7%. Cosa ne dice la Fim Cisl che lei dirige?

“Sul tema il ministero del lavoro ogni anno redige un rapporto e nell’analisi sul 2013 si registrano leggeri scostamenti rispetto ai dati del 2012. Da qualche anno l’attività ispettiva e di vigilanza sul territorio è esercitata con un maggior coordinamento tra ministero del Lavoro, Inps, Inail, Carabinieri e Guardia di finanza, grazie a quale sono emerse irregolarità sconosciute. Se da un lato il maggiore coordinamento è importante, il disinvestimento progressivo nell’ispettorato al lavoro ha indebolito il sistema complessivo. Opinione diffusa è che per la lunga crisi economica sia aumentato il lavoro irregolare, in particolare in settori che hanno avuto maggiore difficoltà, cui si sono sommati elementi propri di alcune realtà regionali, attività marginali svolte per sfuggire all’imposizione fiscale”.

Sorprendentemente  dopo le realtà meridionali (con picchi della Sardegna e della Calabria) il lavoro nero è cresciuto del 9,5% in Piemonte e del 6,1% in Liguria. Perché?

“Il problema nasce dalla scarsa cultura della legalità in tutto il Paese. In Europa, in media, la percentuale dei detenuti per reati fiscali è 4 volte quella italiana. Esiste poi un rapporto tra economia, lavoro irregolare e disoccupazione in una data area, rapporto che negli anni di crisi si è sviluppato anche al Nord: nella stessa Lombardia, nel solo settore metalmeccanico, si sono persi circa 20 posti di lavoro. Queste situazioni hanno incoraggiato l’infiltrazione mafiosa nel sistema produttivo settentrionale, problemi con cui il Mezzogiorno convive da sempre e ai quali il sindacato ha cercato di rispondere , per esempio con l’accordo per lo stabilimento Fiat-FCA di Pomigliano d’Arco, firmato da Fim Cisl nel 2010, grazie al quale si riaprì il sito chiuso da tempo, offrendo una nuova prospettiva al territorio. Quella scelta ci costò una campagna di denigrazione, ma a 5 anni di distanza registriamo un dato incontrovertibile: si è rimesso in moto un pezzo importante dell’industria del Sud. Trend confermato dai nuovi 1500 posti di lavoro nello stabilimento di Melfi. Il settore dell’auto e del suo indotto sta pilotando la ripresa del Paese”.

Nel panorama meridionale a due cifre, Puglia e Campania ”si fermano” a +6,9% e +4,3 di lavoro nero. Perché?

“E’ la dimostrazione che anche nel Sud vige una regola: dove c’è l’industria il lavoro irregolare cala, perché la fabbrica è un presidio di legalità e non a caso Campania e Puglia sono tra le regioni con maggior tasso di industrializzazione”.

Il lavoro regolare non è aumentato in nessuna regione, tranne che in Trentino(+3%): come mai?

“La debole crescita non ha ancora prodotto una significativa inversione di tendenza sul terreno occupazionale, ma nel Trentino pesano diversi fattori culturali e ambientali e forse anche una maggiore severità nei controlli”.

Il lavoro nero si concentra soprattutto nei settori del lavoro domestico, agricoltura ed edilizia: vi sono scarsi controlli?

“Il tema è annoso e chiama in causa l’attività di vigilanza dello stato. C’è una evidente connessione tra mancata repressione delle violazioni delle norme sul lavoro e la diffusione del lavoro nero o irregolare. Le normative. Modificate negli anni, hanno oscillato tra maggiore severità e tentativi di ridurre le violazioni a illecito amministrativo, il che ha prodotto gravi danni. Anche il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale nell’ambito dei cantieri edili – in caso di presenza di lavoratori non regolari o in caso di ripetute violazioni dell’orario di lavoro – ha subito questo andamento altalenante. Va aggiunto che oltre a un problema di normative vi è anche quello delle scarse risorse e dei pochi controllore”.

Il lavoro sommerso incide per il 27% sul Pil italiano, ma secondo alcuni debellarlo sancirebbe la fine di piccole e microimprese  e l’aumento della disoccupazione. E’ proprio così?

“L’aumento del Pil grazie al lavoro nero è solo virtuale, perché in realtà fa concorrenza sleale alle imprese regolari e danneggia lo Stato per il mancato gettito sulla ricchezza prodotta. L’illegalità non produce mai ricchezza né occupazione stabile, è solo dumping che vizia il mercato e distrugge le imprese solide e legali. Anche per questo  il nostro costo del lavoro è più alto d’Europa, dove – per altro – la media del lavoro nero si attesta intorno all’11%. Quando si parla di piccole e microimprese ci si riferisce a realtà artigianali, dove far emergere il sommerso richiede controlli più capillari, e dove sarebbe necessario diffondere la cultura della legalità”.

L’arretratezza del Sud quanto “deve” al lavoro nero?

“Nella arretratezza del Mezzogiorno  pesa lo storico ritardo infrastrutturale, salvo poche e lodevoli eccezioni, la pessima qualità della politica e il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione, simbolicamente rappresentato dal fallimento nella gestione dei Fondi europei. Si può dire che per il Sud in cerca di occupazione il sommerso ha rappresentato lo strumento per evitare la “rivolta sociale”, ma ha anche ostacolato la diffusione di imprese corrette. Il lavoro nero è una zavorra per il riscatto del Mezzogiorno. Un paravento per evitare mille contraddizioni che, invece, vanno risolte dalla politica, ancora poco coraggiosa se non complice. Bisogna risolvere alla radice i problemi che portano al lavoro nero, senza scorciatoie. Quando nacque Melfi, la Fim fece un’indagine sulle migliaia di ragazzi che arrivavano a lavorare in Sata (Fiat) e la quasi totalità di coloro che avevano avuto precedenti esperienze lavorative denunciò che sulle proprie buste paga era scritta una cifra doppia rispetto a quanto percepivano realmente”.

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