La nuova rivoluzione delle macchine, tecno-stress e dintorni…

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… in questi giorni di quiete ho ri-sfogliato le pagine del libro “La nuova rivoluzione delle macchine”. Mi capita spesso con libri già letti da tempo. In questo caso non da molto. La versione del libro in italiano e’ solo dell’aprile 2015. Negli Usa, uscito l’anno prima, e’ stato un successo commerciale e di critica. Gli autori, due economisti del Massachussetts Institute of Technology, hanno nomi impronunziabili. Almeno per noi latini. Erik Brynjolfsson, professore e direttore del Center for Digital Business e Andrew McAfee, ricercatore capo nello stesso centro.

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Comunque la si pensi e’ un libro che vale la pena leggere. Specie di questi tempi, in cui termini come Industry 4.0 o smart working entrano nel vocabolario sindacale. Non sempre usati a proposito.

Il libro descrive la crescita esponenziale delle tecnologie digitali e dei loro campi di applicazione (dall’automazione di fabbrica all’intelligenza artificiale, dalla comunicazione fino alle auto che si guidano da sole). “In ogni tasca c’e’ quello che dieci anni fa sarebbe stato un supercomputer”. Aumento della potenza digitale e calo dei costi dei computer. Digitalizzazione di quasi tutto: documenti, libri, enciclopedie, notizie, musica, foto, video, mappe, aggiornamenti personali, richieste d’informazione e risposte a tali richieste, dati provenienti da strumenti e sensori ecc. … Crescita esponenziale (12 volte negli ultimi 5 anni) del traffico planetario – di queste informazioni e supporti – su Internet. E, sopratutto, nuove (infinite?) combinazioni …

Tutto questo ha già influito nel nostro lavoro e nelle nostre vite.

Dai beni digitali gratuiti all’economia della condivisione … Benefici non misurabili secondo gli indicatori tradizionali del PIL e dei bilanci aziendali. La disponibilità di beni gratuiti spinge, addirittura il PIL verso il basso. Succede tutte le volte che uso Skype o iChat, quando scarico musica e film gratis … E, quando, mi vedo la partita della Sampdoria in streaming sul computer, aggirando le patetiche misure adottate dalla magistratura italiana incalzata da Mediaset per oscurare la mitica rojadirecta.me

Al contempo ogni qualvolta faccio una ricerca su Internet, quando uso la traduzione google, quando scrivo un articolo sul mio blog o un comunicato sul sito web della Fim-Cisl, oppure quando posto info e foto su Facebook, twitto una frase o re-twitto tweet di altri, contribuisco in forma gratuita alla creazione di conoscenza e di “big data”, da cui saranno estrapolate, gestite e processate informazioni a diverso scopo. Anche a fini commerciali…

E, ogni volta che uso la “rete”, cedo qualcosa che vale. E’ il tempo, di cui disponiamo tutti in forma uguale. A prescindere dalle ricchezze possedute o dalle disuguaglianze di reddito. Sono solo ventiquattro ore al giorno. Trecento-sessantacinque giorni l’anno.

…Anche in fabbrica e lungo tutta la catena globale del valore, il tempo (e il suo uso) – insieme ai costi – e’ il fattore della produzione (come del trasporto e commercializzazione) più analizzato e valutato per compiere le scelte di dove localizzare gli investimenti e di come innovare prodotti e processi produttivi. Infatti, sul posto di lavoro il valore non si crea solo producendo più beni (che sempre meno si riescono a vendere), ma risparmiando tempo.

Produrre di più e meglio, con meno. Con meno tempo, anzitutto! Ma anche con meno spazio, meno energia, meno materia (prima e secondaria). Con meno “effetti collaterali” (inquinamento, infortuni e patologie professionali ecc.), ma – anche – con meno occupati a parità di produzione.

E’ il caso, per fare un esempio, della Acciaieria Arvedi che produce a Cremona 3milioni di tonnellate di coils (rotoli d’acciaio sottile), impiegando solo 1.400 persone grazie alla tecnologia di processo denominata ESP Endless Strip Production. … Un numero di occupati infinitamente inferiore – a parità di produzione – del personale impiegato in aziende siderurgiche che producono coils adottando tecnologie tradizionali… Stesso discorso vale per il settore dell’auto, dell’elettrodomestico dove il tempo ciclo per produrre un veicolo o una lavatrice – per effetto dell’innovazione tecnologica e organizzativa – si abbatte progressivamente, rendendo necessarie sempre meno persone per produrre gli stessi volumi.

E’ questa la rottura di paradigma innestata – nella fabbrica fordista – dai nuovi sistemi di produzione come il WCM ispirati dal toyotismo. Nel nuovo contesto organizzativo crescono, quindi, sia l’efficienza e la saturazione del ciclo produttivo (utilizzo degli impianti), sia la densità della prestazione e il carico cognitivo richiesto alla persona.

Consiglio, a questo proposito, la lettura del libro “Le persone e la fabbrica. Una ricerca sugli operai Fiat Chrysler in Italia”. Il libro e’ stato pubblicato a dicembre del 2015.

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Se da un lato, quindi, il compito dei sindacati e’ far si che i lavoratori salariati si riapproprino del frutto (i risultati) del loro lavoro, attraverso aumenti retributivi non più legati al tempo come unica misura della prestazione; dall’altro lato e’ il momento di riappropriarsi di una parte del proprio tempo ceduto.

E’ il senso di quanto ci dice Pepe Mujica (ex-presidente della repubblica uruguaiana) nella intervista “45 secondi di saggezza” (https://www.youtube.com/watch?v=yzuHmKlZIoA):
“Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. E viviamo comprando e buttando. E quello che stiamo sprecando è tempo di vita, perché quando compri qualcosa non lo fai con il denaro, ma con il tempo di vita che hai dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro. L’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma. Ed è da miserabili consumare la vita per perdere la libertà”.

E’ tempo, quindi, per i sindacati di avviare negoziati per identificare chiaramente qual è il “tempo di lavoro effettivo” considerando i continui “start and stop” dovuti all’utilizzo delle comunicazioni digitali mobili. Ne ho parlato in un convegno del marzo 2014 a Venezia su “Tecnostress e Internet dipendenza, i nuovi rischi professionali nel lavoro moderno”. Il mio intervento lo potete scaricare in.pdf nel seguente link:

Tecnostress- il punto di vista del sindacato

L’IG Metall, ad esempio, ha firmato con la BMW un accordo che prevede per gli impiegati la possibilità di stabilire con i propri capi le ore di reperibilità extra ufficio e, soprattutto, che le ore sottratte al loro tempo libero debbano essere considerate lavoro straordinario, da recuperare nel corso della settimana lavorativa. E’ un forte deterrente per quei capi abituati a stressare i lavoratori alle due di notte o di domenica.

In pratica nel conteggio dell’orario di lavoro rientra anche il tempo passato dai dipendenti, fuori dall’azienda, a lavorare col computer portatile e/o lo smartphone, inviando e-mail o sms. Significa che se un dipendente BMW ha un orario settimanale di 35 o 40 ore e poi però nel corso della settimana ne passa altre dieci fuori azienda (in casa o in viaggio) lavorando col computer portatile, lo smartphone o altri mezzi elettronici della tecnologia digitale, quelle ore andranno computate nel totale delle ore lavorate. Il dipendente avrà, pertanto, il diritto a recuperi compensativi sulle ore lavorate in azienda a parità di salario.

“Il futuro e’ di chi lo immagina”. Non lasciamolo, quindi, costruire dalle Corporate, che controllano o impiegano tecnologie digitali e social network per il loro business, plasmato a misura solo dei loro interessi.

Dobbiamo essere noi i germi del cambiamento, non accontentandoci di guardare le cose solo in superficie. E’ il tempo di lavorare sui libri e non su informazioni fugaci e volatili. E’ il tempo di non ridurre oltre, i nostri spazi di conversazione e riflessione. E di re-indirizzare, come direbbe l’amico Rosario Iaccarino, il nostro sguardo verso la sfera etica e pedagogica. Se vogliamo accettare la sfida del cambiamento da persone libere in un sindacalismo libero.

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