BENTIVOGLI: “E’ il rinnovo di contratto più difficile della storia”

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“E’ il rinnovo di contratto più difficile della storia”

Sul salario le posizioni al tavolo della trattativa sono ancora molto distanti

Intervista a Marco Bentivogli Segretario Generale Fim Cisl 

l’Unità, 18 marzo 2013

Segretario, a che punto siete con Federmeccanica? Con il Ministro Poletti vi siete incrociati in un convegno sulla Formazione professionale, a cui era presente anche il direttore Franchi. Il Ministro del Lavoro ha definito lo schema di contratto su cui state lavorando il più innovativo nel nostro Paese, perché?

“Questo rinnovo del contratto è tra i più difficili della storia. Sicuramente anche perché la trattativa cade in un momento critico, con l’inflazione prossima allo zero, ma soprattutto perché la crisi non ci ha ancora lasciati e perché serve un cambiamento culturale nelle relazioni sindacali e industriali. Non voglio apparire nostalgico ma dobbiamo puntare su nuovi diritti e su un nuovo assetto contrattuale come avvenne nei contratti del ‘73 e del ’76, anche se allora si innovò in modo rivoluzionario ma con la copertura salariale della scala mobile. Oggi lo spazio salariale del nostro contratto è ancora troppo esiguo e per pochi. L’importante iniziativa a cui ho partecipato, assieme a Poletti e Franchi, sulla formazione professionale lo dimostra: abbiamo condiviso quello che la Fim sostiene da anni, cioè che la formazione è il diritto del futuro, un investimento per le persone e per le aziende, e non un costo. Per questo abbiamo chiesto a Federmeccanica che divenga un diritto soggettivo, perché l’industria 4.0 è già una realtà e, alle nuove tecnologie, dobbiamo unire professionalità altamente specializzate, colmando il profondo gap di competenze dell’Italia rispetto ad altri Paesi europei La formazione dopo il diritto alla salute è quello più importante, da qualità, stabilità, tenuta alla condizione umana nel lavoro specie dentro i cambiamenti più sfidanti. Serve anche un nuovo inquadramento, il welfare contrattuale, in particolare la sanità integrativa e la pazienza complementare per mettere in sicurezza soprattutto le pensioni dei giovani, la partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali e lo smart-working come innovazioni radicali del futuro del lavoro e della contrattazione”.

Ma vi siete arenati sul nodo del salario. Perché?

“Sul salario le posizioni tra sindacato e Federmeccanica sono ancora purtroppo molto distanti. Federmeccanica propone un salario di garanzia, che in realtà “di garanzia” ha ben poco, riguarderebbe appena il 5% delle aziende e quindi dei lavoratori; la loro proposta è ferma a quella del 22 dicembre, data di inizio della trattative, e finirebbe per essere una vera e propria devolution della regolazione salariale. Il 95% delle aziende infatti si sgancerebbe dall’applicazione del contratto nazionale e questo potrebbe essere solo l’inizio di una devolution anche normativa. Federmeccanica continua a ribadire l’importanza di entrambi i livelli della contrattazione, ma ce lo dimostri nei fatti, non con proposte capestro. Noi molti anni prima di Federmeccanica abbiamo sostenuto di collegare la contrattazione alle sfide di produttività; così come è, lo schema salariale proposto non dà nessuna garanzia”.

Dopo anni Fim, Fiom e Uil potrebbero tornare a scioperare insieme. Quali le ragioni del riavvicinamento?

“Purtroppo non lo abbiamo scelto, l’intransigenza di Federmeccanica ci ha messi insieme. Oggi abbiamo un comune impegno, che è quello del rinnovo del contratto nazionale, fondamentale se si vogliono cogliere i segnali di ripresa ed accompagnare una nuova fase di rilancio e di innovazione del nostro sistema manifatturiero   e di nuove relazioni industriali. Nei prossimi giorni convocheremo attivi regionali unitari e abbiamo definito regole e comportamenti per re-impostare i rapporti ad ogni livello, a Roma come in fabbrica, sul massimo rispetto delle idee e delle persone, della libertà di espressione sindacali. Le ferite nelle aziende sono ancora aperte, vigileremo affinchè questo clima di rispetto sia realizzato fino in fondo, ovunque. L’unità per fare il contratto, per fare una sintesi e non una sommatoria di posizioni. Unità non difensiva, per guardare avanti. E’ ancora un percorso ripido, ci proviamo seriamente, senza scorciatoie né furbizie”.

Avete appena archiviato l’incontro con Marchionne al Lingotto. Quali sono le novità?

“Le cose vanno meglio del previsto e sembra una brutta notizia per il Paese. E’ dura per molti di riconoscere di aver viaggiato a fanali spenti. Marchionne ci ha confermato gli investimenti e i nuovi modelli previsti dal pino industriale 2014-2018 con la piena occupazione entro il 2018: nel 2015 c’è stato un consistente calo della cassa integrazione (che è passata dal 40% del 2013 al 12%) e le nuove assunzioni stabili sono state 3000. Questo risultato è frutto anche dell’impegno del sindacato che ha firmato gli ultimi contratti: la nostra intuizione si è rivelata giusta, oggi infatti, rispetto al 7% di incremento dell’export, ben il 4% è automotive”.

Interessante è anche l’ulteriore investimento che verrà realizzato a Pomigliano che parteciperà al progetto Alfa Romeo, insieme a Cassino e Mirafiori.

“Noi siamo il sindacato del bicchiere mezzo pieno perché concorre a costruire la speranza. Il piano 2014-2018 ha già centrato gli obiettivi finanziari, rivisti al rialzo, ora c’è la conferma sugli impegni relativi al rientro al lavoro di tutti e di piena capacità industriale”.

I dati sulle assunzioni a tempo indeterminato mostrano un forte rallentamento a gennaio. Colpa del Jobs Ac o della diminuzione degli sgravi contributivi?

“E’ chiaro che gli incentivi hanno aiutato trasformazioni di contratto, specie del Nord, ma anche emersioni dal lavoro irregolare, e nuove assunzioni stabili (tra cui le 3000 in Fca). Gli incentivi erano ingenti e forse non molto selettivi, comunque hanno prodotto un risultato importante. Oggi la forma più conveniente di ingresso al lavoro è l’apprendistato. Proprio se guardiamo al futuro dell’industria, va rilanciato con forza. Infine, noi il 30 settembre 2014 avevamo detto al Governo che senza interventi robusti volti a sciogliere i nodi di competitività del sistema. L’Italia si avvierà su un declino anti-industriale. Tutti i paesi mettono l’industria e il suo futuro in testa alle loro politiche. L’Italia lo vive ancora come un peccato”.

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