Non straparliamo di politica industriale. Consigli da sindacalista – Il Foglio 16 maggio 2016

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Non straparliamo di politica industriale. Consigli da sindacalista

di Marco Bentivogli Il Foglio, 14 maggio 2016

In Italia, ogni volta che si pronunciano le due parole “politica industriale” chiude un’azienda. Come è stato argomentato anche nel dibattito ospitato dal Foglio sull’ultimo libro di Franco Debenedetti (“Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”, Marsilio), quando qualcosa va male, il mantra “serve una politica industriale” copre spesso un vuoto pneumatico di proposte adeguate. Siamo passati dall’ossimoro di considerare tutti i settori strategici, all’accontentare i soliti noti, al disimpegno complessivo.

Spesso c’è un’equivalenza tra l’evocazione della politica industriale e il rubinetti della spesa pubblica. A mio avviso questo è il primo elemento che ha impedito l’affermarsi di una vera politica per lo sviluppo industriale. Anzi le politiche, non selettive, di incentivi hanno prodotto danni enormi. Pensiamo al settore manifatturiero delle energie rinnovabili.

Eravamo il paese con i più alti incentivi al mondo, che hanno portato occupazione, investimenti e brevetti ma anche criminalità e speculazione. Dal tutto al quasi nulla, il danno ai criminali è stato minimo e invece pesantissimo a che aveva aperto fidi bancari per piani di investimento, allontanando in modo brusco le banche dalle disponibilità assicurate fino a poco prima. In un paese in cui c’è un problema di “ceto imprenditoriale”, di formazione della nuova classe imprenditoriale, di passaggi generazionali, il vuoto di politiche non può essere colmato dall’accontentare le solite oligarchie familiari in fuga dall’industria e poi concentrate su patti sindacali e posizioni monopolistiche, licenze e concessioni esclusive pubbliche, favoritismi statali per mettersi al riparo dalla concorrenza. L’Italia sta in piedi grazie alle imprese “gazzella” che hanno combattuto e vinto la crisi spesso rimanendo lontane dalla rappresentanza politica. Il nostro paese non è un buon habitat dove far sorgere e crescere le imprese. Questo dovrebbe imporre al ruolo pubblico un atteggiamento radicalmente diverso da quello sin qui dimostrato.

L’Amministrazione Obama ha gestito la crisi sfidando i suoi imprenditori, anche l’operazione Fca è nata successivamente ai finti salvataggi che avevano presentato le tre major dell’auto americani e che erano stati respinti dalla Casa Bianca. Lo stesso vale per la Germania: la Merkel dell’austerità è un esempio da imitare per quanto riguarda quella che una volta si chiamava la politica dei fattori, con la sua grande attenzione per la sostenibilità e per la sfida continua a cui sottopone il capitalismo tedesco.

Su Industry 4.0 la Germania ha la capacità di integrare tecnologie proprietarie e il “fare sistema” tra università, formazione continua, imprese, sindacati, banche, precondizione fondamentale per partecipare alla futura prossima rivoluzione industriale. Mettere in campo 90 miliardi all’anno da qui al 2030 senza questa capacità renderà gli esborsi poco fruttuosi. Industry 4.0 è per questo una scelta politica. In nome dell’italianità e del patriottismo economico abbiamo spesso accontentato aziende che di italiano hanno solo il certificato anagrafico del patron. Siamo un paese “condannato” ad avere una vocazione industriale e in prevalenza esportatrice. Pensate a quanto accaduto alla siderurgia. Crisi che ci sta facendo perdere sovranità industriale, in larga parte non collegata alla “crisi” ma alla nostra capacità autolesionista. Prima di parlare di politica industriale, rimuoviamo i vecchi retaggi dei fondi di bottiglia, ancora non smaltiti, di diffuso estremismo ideologico anti industriale. Mi accontenterei di una politica che riconosca il valore dell’industria, capisca dove va il mondo e dove rischiamo di andare noi.

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