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Lula io l’ho conosciuto bene e sto dalla sua parte – Il Dubbio 14 aprile 2018

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Lula io l’ho conosciuto bene e sto dalla sua parte

Il Dubbio 14 aprile 2018

di Marco Bentivogli

Ho conosciuto Lula 30 anni fa in una visita in Italia, non ero stato in Brasile ma seguivo la storia di grandi e profondi significati non solo per il Sud America. Un ex-tornitore metalmeccanico del Nord-Est, la zona più povera del paese, che costruisce un sindaco in clandestinità sotto la dittatura e fonda il PT in mezzo ad una miriade di partiti di sinistra (ve ne era uno filo-albanese, dell’Albania di Enver Hoxa, peraltro seguito da molta sinistra e una parte del sindacato italiani) e perde tutte le prime battaglie e poi diventa Presidente. Il fascino magnetico di un leader di popolo capace di parlare alle élite e adorato tra gli ultimi che fermano la sua macchina per abbracciarlo.L’ho incontrato con Gianni Alioti a Rio de Janeiro nell’autunno 2016 al Congresso mondiale del sindacato dell’Industria. Ci ha voluto raccontare la sua versione, incluse alcune sottovalutazioni e senza dimenticare le degenerazioni che una parte del PT nelle amministrazioni locali non aveva saputo contrastare, ma ci ha chiesto semplicemente di confrontarci sulla sua vicenda.

Come ha scritto Massimo Bordin sul Foglio “A difendere Lula in Brasile è sceso in piazza un popolo”. Un popolo che piange la persona che aveva terminato il suo secondo mandato presidenziale nel 2010 con un indice di gradimento superiore all’80 per cento. Caso unico nella storia di una democrazia liberale. Un popolo che, nonostante, l’accanimento giudiziario (o forse proprio quello) e la gogna mediatica considera la carcerazione di Lula, una pagina vergognosa della storia del proprio paese. Nessuno vuole affermare che il consenso valga più delle leggi ma in Brasile sta succedendo qualcosa di grave e lontano dalla democrazia e dallo stato di diritto.

La vicenda giudiziaria che ha coinvolto Lula è costellata da una lunga serie di abusi di potere della magistratura nei suoi confronti, all’interno di una campagna orchestrata mediaticamente da oligarchi, militari e forze politiche reazionarie affinché l’ex-presidente, che Obama voleva all’ONU, non potesse ricandidarsi alle elezioni del 2018. Le intenzioni di voto per Lula in tutti i suoi sondaggi elettorali, sono crescenti e superano il 37% al primo turno. Al secondo turno lo danno vincente contro qualsiasi avversario.  In un paese dove il livello di corruzione è sempre stato altissimo, Lula – sia prima, sia dopo il suo mandato presidenziale dal 2003 al 2010 – ha superato un ossessivo setaccio sulla vita privata sua e dei militari senza che sia stato trovato un centesimo fuori posto, un arricchimento sospetto.

Per capirci, Lula non è accusato di aver ricevuto tangenti o di aver conti correnti all’estero o, tantomeno, di appropriazione indebita di denaro pubblico. La sentenza del giudice Sergio Moro di condanna di Lula, confermata nel secondo grado di giudizio, si basa sull’accusa di aver ricevuto da un’impresa di costruzioni civili, in cambio di favori, un immobile di tre piani nella località di Guarujà. La presunta azione di Lula nei confronti della Petrobràs per favorire l’impresa di costruzioni non è stata mai confermata e, cosa surreale, l’appartamento non risulta – da alcun atto – che sia mai stato di proprietà di Lula.

Né di alcun suo familiare. Lo dimostra il fatto che un altro giudice, in un altro procedimento giudiziario, ha pignorato quell’immobile risultante di proprietà della società costruttrice. Paradossalmente il “triplex” che è stato per il giudizio di Moro il principale capo d’imputazione contro Lula, per un altro giudice brasiliano continuava da essere di proprietà del costruttore fino al pignoramento. Al punto che nella sentenza è stata scritta un’abberrazione giuridica: ”se non c’è stato intervento di Lula, c’è stato si, un atto d’ufficio indeterminato”. Non bisogna meravigliarsi, quindi, che il giornalista americano, Mark Weisbrot abbi scritto, sul New York Times, che “le prove contro il signor Da Silva sono gran lunga al di sotto degli standard, che sarebbero presi sul serio, ad esempio, nel sistema giudiziario degli Stati Uniti”. Il secondo fatto riguarda il giudizio sull’habeas corpus (importante strumento per la tutela della libertà individuale contro l’azione arbitraria dello Stato), utilizzata nei sistemi giuridici di common law, per evitare una detenzione senza concreti elementi di accusa e/o senza che siano stati portati a termine tutti i ricorsi della difesa e i gradi di giudizio. Il Supremo Tribunal Federal – STF per sei voti a cinque ha deciso che la presunzione d’innocenza scolpita nell’art.5, paragrafo 57 della Costituzione brasiliana (“ninguém serà considerado culpado até o trànsilo em julgado de sentença penal condenatòria”) non si applica a Lula, costretto a scontare la pena dopo la sentenza di secondo grado. Decisivo è stato il voto della presidente della Corte, Carmen Lucia che pochi mesi fa è stata altrettanto decisiva per scarcerare Aècio Neves, senatore del PSFB, candidato presidenziale sconfitto da Dilma, registrato in flagrante mentre chiedeva ingenti tangenti di denaro al magnate della carne Joesley Batista.

E’, quindi, alquanto evidente che nel processo, nella condanna e nell’incarcerazione di Lula sia venuto meno il rispetto dello stato democratico di diritto, delle sue leggi e della stessa Costituzione brasiliana. Il caso brasiliano dimostra che la lotta doverosa contro la corruzione (né Lula né Dilma hanno mai ostacolato il processo “Lava iato”) può essere accompagnato da un indebolimento democratico e istituzionale. Compreso quello che il ministro del Supremo Tribunale Federale, Gilmar Mendes nominato da Fernando Henrique Cardoso e giurista collocato nella destra liberale, ha definito “dispotismo giudiziario”. Deriva di cui anche il PT, come del resto la sinistra in Italia, non è esente da responsabilità politiche. Sappiamo quanto questo dispotismo in un mix con una pericolosissima confusione tra i poteri di uno stato e Media non indipendenti e oggettivi che spesso credono di fare informazione con monologhi a senso unico siano pericolosi per la democrazia. Sono queste le ragioni, e non solo l’amicizia che ci lega a Lula, che ci portano come Fim-Cisl a schierarci, insieme al movimento sindacale internazionale e brasiliano, contro l’arresto arbitrario dell’ex-presidente, per il ripristino dello stato di diritto e la difesa della democrazia in Brasile!

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