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ANNI 2000/2015 – SCENARIO

Quindici anni di fuoco, cambia la faccia del mondo.
L’11 settembre 2001 due aerei dirottati da terroristi di Al-Qaida si abbattono sulle torri gemelle del World Trade Center di New York, un terzo si lancia sul Pentagono, un quarto precipita in una campo della Pennsylvania. I morti sono circa 3.000. L’amministrazione Bush risponde lanciando una strategia di guerra globale al terrorismo, a cominciare dall’intervento in Afghanistan, dove la Nato prenderà la direzione delle operazioni, cui partecipa anche l’Italia con un proprio contingente.
Nel marzo 2003 gli Usa, con il concorso di altri paesi (la “coalizione dei volenterosi”, cui partecipano la Gran Bretagna, la Spagna e anche l’Italia), invadono l’Iraq. In tutto il mondo si leva la protesta contro la guerra, con grandi manifestazioni di massa cui partecipano attivamente i sindacati. Le operazioni portano in breve alla sconfitta di Saddam Hussein (catturato nel dicembre 2003 e giustiziato alla fine del 2006) ma non pacificano il paese, che precipita nella guerra civile. Una serie di attentati si abbatte sui “volenterosi”: nel novembre 2003 è devastata la base italiana di Nassiriya, in Spagna nel marzo 2004 sono colpiti i treni locali a Madrid, in Gran Bretagna sono presi di mira la metropolitana e gli autobus di Londra (centinaia di morti, migliaia di feriti). Dal caos iracheno emerge il gruppo jihadista guidato da Abu Bakr al-Baghdady, che darà vita al famigerato “Stato islamico” dell’Iraq, poi proclamato Califfato di Iraq e Siria (Isis).

Intanto si aggrava la crisi israelo-palestinese. Dopo il fallimento dei colloqui a Camp David tra Barak e Arafat (che morirà nel novembre 2004), scoppia nell’autunno del 2000 la seconda Intifada. La situazione si andrà aggravando, soprattutto nella striscia di Gaza (dove è egemone il gruppo radicale di Hamas) devastata da una serie guerre, in particolare agli inizi del 2009 e nel 2014. La vittoria di “Bibi” Netanyahu nelle elezioni israeliane del marzo 2015 non promette nulla di buono…

Nel mondo mediorientale e nordafricano una fragile speranza viene accesa dalla cosiddetta “Primavera araba”, scatenata dalla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che nel dicembre 2010 si diede fuoco per protesta. La rivolta dilaga nel Nordafrica e nel Medio Oriente. Nel giro di un anno tre capi di stato sono costretti alla dimissioni o alla fuga: Ben Alì in Tunisia, Mubarak in Egitto, Abdullah Saleh in Jemen); uno – Muammar Gheddafi in Libia – viene ucciso dai ribelli sostenuti dall’intervento militare di Francia, Gran Bretagna e – in parte – anche Italia.
Invece della sperata primavera democratica – salvo in Tunisia, dove si mette in moto un effettivo processo democratico – la situazione degenera nel caos, in una guerra di tutti contro tutti. La guerra civile devasta la Siria, dove i ribelli tra loro divisi in gruppi contrapposti non riescono ad abbattere il regime di Bashar al-Assad, appoggiato a livello internazionale da Russia e Cina, mentre Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sostengono militarmente i ribelli. Nel 2015 al Califfato di al-Baghdady aderisce il gruppo jihadista nigeriano Boko Haram. Il mondo è inorridito dalle esecuzioni degli ostaggi e dalle distruzioni di celebri siti archeologici esibiti da una vera e propria campagna di comunicazione. Migliaia di giovani cittadini europei, di origine musulmana, si arruolano nelle schiere di Isis.
Una serie di attentati operata da jihadisti di cittadinanza europea e nordamericana vengono compiuti in Europa e negli Stati Uniti. Di particolare risonanza mondiale gli eventi di Parigi: 7 gennaio, irruzione di due jihadisti nella redazione del periodico satirico “Charlie Hebdo” (12 morti, tra cui buona parte della redazione direttore compreso; i due attentatori saranno raggiunti e uccisi due giorni dopo); 8 gennaio, assassinio di una donna poliziotto; 9 gennaio, irruzione in un supermercato kosher (4 morti, più l’attentatore). Grandiosa manifestazione mondiale a Parigi l’11 gennaio: oltre 3 milioni di persone, con la presenza di numerosi capi di stato, all’insegna del motto “Je suis Charlie”.

Il disordine crescente in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale e subsahariana ha riflessi che colpiscono direttamente l’Italia: aumenta a dismisura l’afflusso di profughi attraverso il Mediterraneo, con migliaia di morti annegati. L’Italia nel 2013 organizza l’operazione Mare Nostrum impegnando la Marina militare a pattugliare il Canale di Sicilia; obiettivo primario è quello umanitario di salvare il maggior numero possibile di naufraghi. Verso la fine del 2014 Mare Nostrum viene sostituito dall’operazione Triton a guida della Unione europea, ma molto meno efficace, che nel 2015 dovrà essere rifinanziata con il triplo di risorse per far fronte all’impressionante crescendo del flusso migratorio. Ma di più l’Europa non riesce a fare, e lascia ancora l’Italia sola.

Nel frattempo si verificano importanti avvicendamenti nelle leadership politiche mondiali. Nell’ottobre 2006 viene eletto presidente del Brasile Luiz Inácio da Silva, detto Lula (la sua presidenza durerà fino al 2010): uomo della sinistra e del popolo, è stato leader del sindacato metalmeccanico della Cut brasiliana, grande amico da sempre della Fim e della Cisl. Evento epocale negli Stati Uniti: Barack Hussein Obama, un afroamericano dal nome con inquietanti risonanze islamiche, è eletto presidente nel novembre 2008, rieletto nel 2012. Sia pure tra contraddizioni e incertezze, la sua politica porta il segno di una spiccata attenzione ai problemi sociali interni (p. es. riforma sanitaria) e di una apertura internazionale multipolare, non più aggressiva e tendenzialmente volta a un progressivo disimpegno militare. Malgrado la caduta di popolarità di Obama e l’esplodere della grande crisi finanziaria del 2008, gli ultimi anni del suo mandato vedono una forte ripresa dell’economia e dell’occupazione negli Stati Uniti, grazie a una politica nettamente espansiva.

Grandi avvicendamenti anche nella Chiesa cattolica. Il 2 aprile 2005 muore Karol Wojtila, Papa Giovanni Paolo II. Centinaia di migliaia di pellegrini invadono Roma da tutto il mondo. Il 19 aprile viene eletto Papa, con il nome di Benedetto XVI, il teologo e cardinale bavarese Joseph Ratzinger, chiamato a governare una Chiesa dilaniata da scandali e oscuri giochi di potere. L’11 febbraio 2013 con gesto rivoluzionario il Papa rinuncia al suo ufficio, dichiarando di non avere più le forze per affrontare la difficile situazione della Chiesa. Un mese dopo, il 13 marzo, viene eletto Papa il gesuita argentino Jorge Bergoglio con il nome di Francesco. Le sue prime parole al popolo che lo acclama in piazza San Pietro sono: “buona sera”. Il suo stile pastorale diretto, aperto e non convenzionale gli assicura una smisurata popolarità, soprattutto in buona parte dell’opinione di sinistra orfana di leader efficaci e credibili.

In Germania nell’autunno 2005 inizia l’era di Angela Merkel, che vince il confronto elettorale con il socialdemocratico Schröder, imponendosi progressivamente come leader di prima classe. Dall’autunno 2013 guida una “Grande Coalizione” insieme ai socialdemocratici, ma in posizione di indiscussa leadership. In Francia tornano alla presidenza i socialisti con l’elezione di François Hollande, la cui leadership è tuttavia sempre più debole; allarmante è la crescita dell’estrema destra razzista del Fronte nazionale di Marine Le Pen, che dai sondaggi risulta come il primo partito di Francia.
Intanto la Russia vede (e sostiene) la crescita del potere di Vladimir Putin, incontrastato leader grazie all’alternanza tra le cariche di presidente (nel 2015 al terzo mandato) e di primo ministro, garantita dal gioco di squadra con i fidatissimi collaboratori. L’aggressiva politica annessionistica di Putin nei confronti dell’Ucraina (2014-2015) crea gravi contrasti con i governi europei e degli Usa, con contorno di sanzioni che pesano gravemente sull’economia russa. Ma Putin gode di un incontrastato consenso nel suo paese.

Veniamo all’Europa. Il 1° gennaio 2002 entra in funzione l’Euro, che sostituisce le monete nazionali in dodici paesi, tra cui l’Italia. Nel 2004 l’Unione europea si allarga a Est, riunendo 25 paesi che diverranno 28 con l’entrata di Romania e Bulgaria nel 2007 e della Croazia nel 2013. Ma il processo di integrazione ristagna; la ratifica della cosiddetta Costituzione europea, frutto di faticosi compromessi, viene respinta da due paesi fondatori, Francia e Olanda, mentre in altri vengono rinviate le procedure di ratifica. Soprattutto il sistema Ue vacilla con l’esplodere della grande crisi economica, che dagli Stati Uniti, dal 2008, dilaga nel resto del mondo e mette a dura prova il sistema europeo dell’Euro. In difficoltà sono soprattutto i paesi dell’area Sud dell’Europa – Spagna, Portogallo, Italia, in parte anche la Francia, e soprattutto la Grecia, la cui possibile bancarotta minaccia di far saltare tutto il sistema dell’Euro. Sotto accusa sono le politiche di rigore, sostenute soprattutto dalla Germania, paese egemone, in parte attenuate dalle misure adottate dalla Banca centrale europea, non sufficienti tuttavia ad avviare politiche finalizzate all’espansione.

In Italia i primi anni del 2000 vedono alternarsi al governo le coalizioni di centro-destra e di centro sinistra. Nelle elezioni del maggio 2001 Silvio Berlusconi torna al governo, a capo della coalizione della Casa delle libertà che gode di un’ampia maggioranza.
Si riaffaccia il terrorismo: il 19 marzo 2002 viene assassinato a Bologna Marco Biagi da un commando delle Br. Come nel caso di Massimo D’Antona, ancora una volta i terroristi si accaniscono contro un consulente riformista del governo in materia di politiche del lavoro.
Entra in crisi il modello della concertazione tra governo e parti sociali, mentre si acuiscono le tensioni all’interno del sindacato, soprattutto in margine al “Patto per l’Italia” firmato da Cisl e Uil ma respinto dalla Cgil. Il centro-sinistra tornerà a vincere nelle elezioni dell’aprile 2006, ma con una maggioranza talmente risicata, specie al Senato, e resa fragile dalla eterogeneità della coalizione, da dover rassegnare le dimissioni nel 2008. Le elezioni successive saranno vinte a larga maggioranza dalla coalizione di centro destra guidata da Silvio Berlusconi.
Intanto l’economia italiana entra in una lunga fase di ristagno. Se attorno alla metà del decennio il tasso di disoccupazione era calato fin sotto il 7 per cento, lo si doveva in buona parte a contratti di lavoro precari e con basse retribuzioni, oltre che all’emersione dal “nero” di un numero notevole di lavoratori immigrati. Ma con l’esplodere della crisi dal 2008 in poi il tasso di disoccupazione raddoppia. Grave è soprattutto la disoccupazione tra i giovani, le donne e nel Mezzogiorno.
Mentre latitano le politiche di sviluppo, in assenza di un qualsiasi tentativo di politica industriale, il nostro apparato industriale entra in una crisi drammatica, e proprio in settori strategici. Si pensi alla siderurgia: al caso della Ast di Terni (acciai speciali), per il momento risolto con un accordo con la ThyssenKrupp dopo una lotta di 36 mesi; alla crisi delle acciaierie Lucchini di Piombino, risolta con l’intervento della società algerina Cevital; e soprattutto al dramma della maggiore acciaieria italiana ed europea, l’Ilva di Taranto, ancora (inizio 2015) in mezzo al guado sulla via del risanamento e della ripresa produttiva. Né è da dimenticare la crisi dell’alluminio, con la chiusura dell’Alcoa in Sardegna. Grave anche la situazione nel settore degli elettrodomestici, la crisi dell’Indesit passata in proprietà dell’americana Whirpool. Ma la crisi miete vittime anche nella piccola e media industria, con il fallimento di migliaia di imprese e il contorno di numerosi episodi tragici come i suicidi di imprenditori.
Particolare rilevanza assume la crisi della Fiat precipitata nel 2002, con l’annuncio di cassa integrazione massiccia e la minaccia di chiusure di stabilimenti, in particolare di Termini Imerese. È una crisi non solo finanziaria e di mercato, ma anche di gruppo dirigente e di strategie produttive, esplosa in coincidenza simbolica con la scomparsa dei leader storici della famiglia Agnelli, Gianni e Umberto, morti rispettivamente nel 2003 e 2004. Nel 2004 viene chiamato alla guida della Fiat come amministratore delegato Sergio Marchionne, che con audacia e spregiudicatezza dimensiona il gruppo su orizzonti globali, ne sposta il baricentro negli Stati Uniti (acquisizione della Chrysler), avvia tra molte contraddizioni e contro l’ostinata opposizione di una parte del sindacato (Fiom-Cgil) un ambizioso programma per l’Italia, che agli inizi del 2015 comincia a dare i primi frutti, tra cui un promettente aumento dell’occupazione.

L’acuirsi della crisi economica finisce con lo sconvolgere anche il quadro politico italiano. Sotto la pressione politica dell’Europa nel novembre 2011, quando l’Italia è sull’orlo della bancarotta, il presidente della Repubblica Napolitano impone al governo Berlusconi, ormai privo di una maggioranza, di farsi da parte per lasciare posto a un governo “tecnico” di emergenza presieduto dall’economista Mario Monti, che riesce a riportare i conti in relativo ordine, in sostanza a salvare l’Italia dalla bancarotta. Ma è anche responsabile di interventi improvvidi, quale la famigerata riforma pensionistica della ministra Fornero che, innalzando improvvisamente l’età pensionabile, ha lasciato allo scoperto alcune centinaia di migliaia di pensionandi che si sono trovati privi di lavoro, di pensione e anche di ammortizzatori sociali.
Durante il governo Monti cambia profondamente il quadro politico. Le elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013 vedono il Pd di Bersani vincitore di stretta misura sulla coalizione di centro-destra (Popolo della Libertà) guidata da Berlusconi (entrambi alla soglia del 30%), mentre si affaccia come terzo protagonista il movimento 5 Stelle animato da Beppe Grillo (oltre il 25%), indisponibile a qualunque mediazione e alleanza.
Il paese appare sempre più ingovernabile, le forze politiche non sono in grado di esprimere un governo e nemmeno di designare un successore di Napolitano alla presidenza della Repubblica, allo scadere del suo mandato (aprile 2013). Tant’è che, dopo le clamorose bocciature di candidati Pd come Marini e Prodi (anche dall’interno del loro stesso partito), viene rieletto Napolitano (22 aprile 2013), il quale si dimetterà agli inizi del 2015. Gli succede Sergio Mattarella, eletto il 31 gennaio.
Il governo Monti rimane in carica fino all’aprile del 2013. Viene incaricato di formare un nuovo governo Enrico Letta, vicesegretario del Pd. Il suo governo conduce tuttavia vita stentata, finché, con un colpo di scena, Letta è costretto a dare le dimissioni e a lasciare la guida dell’esecutivo a Matteo Renzi, nel frattempo divenuto leader del Pd sostenuto da un’ampia maggioranza dei consensi e confortato dallo straordinario successo del Pd alle elezioni europee del maggio 2014 (oltre il 41%).
Comincia l’era del “rottamatore”, il quale non esita a stipulare un accordo (“patto del Nazareno”) con Berlusconi, che rappresenta in Parlamento il gruppo maggiore dell’opposizione, al fine di approdare con il maggior consenso possibile a riforme istituzionali: riforma elettorale, fine del sistema bicamerale perfetto (trasformazione del Senato in sede di rappresentanza delle regioni senza ruolo legislativo). Ciò provoca dissensi e divisioni sia nell’area del Pd che in quella del partito berlusconiano. Diventa sempre più labile e contestata la leadership di Berlusconi nel centro-destra, sempre più diviso e frammentato, mentre risorge e cresce la Lega sotto la guida di Matteo Salvini. Si crea così – tra “grillini” e Lega – una preoccupante area populista, aggregatrice di scontento da destra a sinistra.
Dissensi e divisioni si aggravano, anche all’interno del Pd, con il procedere della discussione sulla nuova legge elettorale, denominata “Italicum”, che alla fine viene approvata (4 maggio 2015) in pratica dalla sola maggioranza del Pd (uscita dalla Camera delle opposizioni, voto contrario della minoranza Pd).
Negli stessi giorni, il 1° maggio, apre tra le polemiche ma con un sostanziale successo l’EXPO di Milano, purtroppo “disturbato” da violenti disordini provocati dai “black-block” che devastano il centro di Milano ai margini di una manifestazione degli antagonisti.

La scena cambia anche nei rapporti con il sindacato: fine dell’era della concertazione (peraltro già annunciata con il governo Monti); il governo di Renzi rivendica la primaria responsabilità nelle decisioni politiche; i sindacati, e comunque tutti i soggetti rappresentativi della cosiddetta società civile, vanno sì ascoltati, ma non coinvolti in confronti negoziali finalizzati a decisioni politiche. Il contrasto è forte soprattutto sulla riforma del mercato del lavoro (Jobs Act, ridimensionamento dell’articolo 18, contratto a tutele crescenti, ecc.); il conflitto è frontale con la Cgil, forte con la Uil, meno aspro con la Cisl che – fedele alla sua cultura – non lesina le critiche di sostanza ma è interessata a ottenere risultati concreti. Sostanziale invece il consenso della Confindustria e delle associazioni datoriali in generale.
Nell’opposizione al governo Renzi si distingue, nell’area sindacale, l’attivismo della Fiom-Cgil di Maurizio Landini, il quale dà il via a una opposizione politica non partitica, coagulante una serie di movimenti sociali ed esperienze associative. Con tutto ciò, agli inizi degli 2015 si annunciano segnali, sia pure deboli, di una ripresa economica e soprattutto occupazionale, grazie anche allo stimolo prodotto dal Jobs Act.
Il conflitto del governo con il sindacato si esaspera soprattutto con l’opposizione al disegno di legge sulla riforma della scuola: sciopero generale e manifestazioni in tutta Italia di tutte le sigle sindacali della scuola (5 maggio 2015).