Gli anni 50

ANNI ’50 – SCENARIO

La guerra è finita da pochi anni, la democrazia è ancora fragile. Le forze che hanno retto la lotta di liberazione, dopo aver governato insieme il paese all’insegna dell’unità antifascista, si sono divise: lasciati fuori dal governo già nel 1947, i socialisti e i comunisti uniti nel Fronte popolare subiscono nelle elezioni del 18 aprile 1948 una dura sconfitta e sono sospinti stabilmente all’opposizione….leggi tutto lo scenario

ANNI ’50 – STORIA DELLA FIM

PLURALISMO SINDACALE

Nel 1944 le principali forze politiche antifasciste (comunista, socialista, democristiana) prendono l’iniziativa di dare vita a un sindacato unitario, che si chiamerà Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil), con un’intesa passata alla storia come “Patto di Roma” (3 giugno 1944, ritenuta la data più attendibile). Sul sindacato unitario pesa il riferimento ai partiti e con l’approfondirsi della frattura tra le forze politiche, anche per i riflessi della “guerra fredda”, maturano i germi della divisione. Diventa sempre più evidente l’impossibilità di tenere insieme culture ed esperienze sindacali diverse, di salvaguardare identità e valori in un quadro, quello sindacale, fortemente egemonizzato dalle componenti marxiste e sospinto verso logiche di pura opposizione politica. Sarà proprio l’uso politico dello sciopero a fare da detonatore per la divisione: in seguito all’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti (14 luglio 1948), la maggioranza sindacale socialcomunista decide uno sciopero politico a oltranza in appoggio all’azione del Pci. La corrente cristiana si dissocia; nel congresso delle Acli (settembre 1948) matura la decisione dei sindacalisti cattolici di creare un sindacato autonomo e democratico, che vede la luce ufficialmente con il “convegno costitutivo” della Lcgil (Libera Cgil) del 1718 ottobre 1948. Segretario generale è Giulio Pastore, che darà l’impronta fondamentale al nuovo sindacato. Il primo (e unico) congresso della Lcgil si svolge a Roma dal 4 al 7 novembre 1949; Pastore è confermato segretario generale. La nascita della Lcgil è una scelta compiuta in nome dell’autonomia dell’azione sindacale da quella politica. Allo stesso modo le componenti repubblicana e socialdemocratica daranno vita alla Fil (Federazione italiana del lavoro). I tentativi di unione tra queste due formazioni non avranno esito: una parte della Fil confluirà nella Lcgil, che diverrà la Cisl; l’altra parte porterà alla costituzione nel marzo 1950 della Uil. È così consacrata la situazione di pluralismo sindacale tipica del nostro paese.

LA NASCITA DELLA CISL

Roma, 30 aprile 1950: in un’assemblea al teatro Adriano a Roma, nasce la Cisl, Confederazione italiana sindacati lavoratori. Il primo segretario generale è naturalmente Giulio Pastore. Come dice la sigla, è una confederazione di sindacati, che garantisce ampia autonomia alle categorie. Qui è un’importante differenza rispetto alla Cgil: mentre questa è più centralista e ha i caratteri di un “sindacato politico”, la Cisl fin da principio privilegia la funzione contrattualista, che – sul modello del sindacalismo anglosassone – considera il conflitto sociale e di interessi come fisiologico in una società pluralista e democratica. È una visione alternativa a quella marxista della lotta di classe, prevalente nella Cgil, e anche a quella della dottrina sociale cattolica che fa prevalere il “bene comune” sul conflitto. Ciò sarà molto importante per lo sviluppo della Fim. Due scelte fondamentali sono da sottolineare:

  • l’autonomia dai partiti politici e dai governi;
    • la scelta laica e pluralista: la Cisl è aperta a tutti, senza distinzioni di credo, ideologia o appartenenza politica, purché aderiscano alla sua impostazione sindacale e alle regole democratiche sancite dallo statuto.
    • Viene così sconfitta una corrente minoritaria che avrebbe voluto un sindacato dei cattolici. Di fatto, se è prevalente la componente cattolica, trovano e troveranno sempre più motivo di militanza nella Cisl lavoratori e dirigenti laici, socialisti e anche cattolici senza partito. Nel corso degli anni Cinquanta la Cisl matura le proprie scelte. Ricordiamo due fatti significativi per il futuro:
  • nel giugno 1951 sorge la scuola sindacale di Firenze. Nella Cisl la formazione riceve un grande impulso, i suoi quadri non nascono nelle scuole di partito ma da un lavoro, da strumenti e da programmi autonomi, culturalmente aperti ai cambiamenti nella società, nell’economia e nel mondo produttivo; i “maestri” di quella scuola saranno reclutati da più sponde ideali e culturali, con spirito “laico” e aperto (ricordiamo tra gli altri i giuristi del lavoro Gino Giugni e Federico Mancini di area socialista);
  • nel febbraio 1953 a Ladispoli (Roma), il consiglio generale della Cisl propone le linee della contrattazione articolata. Viene così spezzata la rigidità della contrattazione centralizzata, fino ad allora prevalente e ancora sostenuta dalla Cgil (che però, nel 1955, farà “revisione” e si misurerà con la sfida lanciata dalla Cisl). La contrattazione articolata getta le basi per un grande ruolo delle categorie e per la formazione di rappresentanze sindacali di fabbrica come soggetti di contrattazione.

Questa intuizione tarderà tuttavia a realizzarsi appieno e a diventare patrimonio comune del sindacalismo italiano. Gli anni Cinquanta sono un periodo molto difficile per il sindacato, ancora esterno ai luoghi di lavoro e non abbastanza forte da farsi valere come controparte del padronato. La debolezza è aggravata dalla divisione: malgrado taluni momenti di lotta unitaria all’insegna dello slogan “marciare divisi, colpire uniti”, la pratica prevalente è quella degli accordi separati, come quello che conclude nel 1954 l’importante vertenza per il conglobamento dell’indennità di carovita nella paga base (in sostanza, una razionalizzazione della struttura retributiva), con la firma delle sole Cisl e Uil. La Cgil, ritenendo insoddisfacente gli aumenti prospettati dall’accordo, si era ritirata dalle trattative per poi accettare l’accordo in seguito.

Sul piano internazionale la Cisl, coerente con la sua scelta “laica”, aderisce fin da principio all’organizzazione democratica mondiale non confessionale dei sindacati liberi, la Cisl internazionale sorta nel 1949, dove è forte la presenza del sindacalismo anglosassone, in particolare americano, e di quello socialista (va ricordato che in Europa importanti sindacati, ad esempio in Francia e in Belgio, aderiscono alla centrale internazionale cristiana). Nel 1957 sarà creato, nel contesto della nascente integrazione europea, un segretariato europeo dei sindacati liberi nell’ambito della Cisl internazionale, che nel 1973 diverrà la Ces, Confederazione europea dei sindacati. Contrariamente alla Cgil, la Cisl si dichiara fin da principio favorevole al Mercato comune europeo.

LA NASCITA DELLA FIM

30 marzo 1950: a Milano si riuniscono in commissione paritetica i dirigenti di due sindacati democratici dei lavoratori metalmeccanici, Fillm (Federazione italiana liberi lavoratori metalmeccanici, aderente alla Lcgil) e Silm (Sindacato italiano lavoratori metalmeccanici, aderente alla Fil), che concludono un accordo di unificazione per costituire un unico sindacato di categoria, che prenderà il nome Fim, Federazione italiana dei metalmeccanici. Vengono nominati gli organismi dirigenti provvisori, in attesa del primo congresso costitutivo che si sarebbe svolto un anno e mezzo dopo. È nominato segretario generale Franco Volontè, operaio cattolico, fondatore della Fillm a Milano, che durante la guerra era stato attivo con ruoli di comando nella Resistenza. 12-14 ottobre 1951: a Genova la Fim Cisl celebra il suo primo congresso. È la data di nascita ufficiale. Ma già la Fim vive nelle decine di migliaia di iscritti (al congresso ne sono rappresentati più di 80.000) che proprio nell’ambiente più difficile, l’industria metalmeccanica, dove più pesante è l’egemonia del sindacalismo comunista, danno vita a un’organizzazione di massa, autonoma, solidarista. Franco Volontè viene confermato segretario generale. La nascita della Fim, insieme a quella contemporanea degli altri sindacati dell’industria, è un fatto importante per la Cisl e per tutto il movimento sindacale italiano: la Cisl è anche sindacato industriale, non solo del pubblico impiego o dei servizi; e anche nell’industria si afferma una pluralità di culture e organizzazioni sindacali.

MATURAZIONE

Gli anni Cinquanta sono i meno noti nella storia della Fim, ma meriterebbero uno studio più attento. Non sono anni “vuoti”: non si spiegherebbe il grande impulso degli anni Sessanta. C’è una maturazione reale, anche se lontana dai clamori della cronaca: nella formazione di nuovi quadri, con la conoscenza dei metodi di un sindacalismo industriale moderno, pragmatico e, insieme legato a forti valori solidaristici. Si diffonde nella Cisl, e soprattutto nella Fim, la cultura di un cattolicesimo progressista, nutrito di idee provenienti soprattutto dalla Francia (ricordiamo la diffusione delle opere di Emmanuel Mounier e Jacques Maritain) ma vive anche in Italia (pensiamo a don Primo Mazzolari). È un cattolicesimo che precorre i tempi del Concilio Vaticano II.

Verso la fine del decennio comincia a emergere la “personalità” della Fim, quella di un’organizzazione che sta maturando un sindacalismo rigoroso, poco accomodante, davvero autonomo. Nel novembre 1958 la Fim di Brescia rinnova il suo gruppo dirigente, con alla testa un “uomo nuovo”, Franco Castrezzati, ex partigiano, di formazione cattolico-popolare, portatore di una cultura sindacale innovativa. Da quel momento la Fim bresciana svilupperà una netta autonomia, anche verso la Confederazione, e un forte impegno per l’unità di azione in particolare con la Fiom. Significativa è la vicenda dei “premi antisciopero” (i lavoratori che scioperavano, oltre a perdere il salario per le ore di astensione dal lavoro, si vedevano esclusi dal premio di produzione). Era un ricatto pesantissimo, data la condizione di vita degli operai, e una brutale lesione del diritto di sciopero. A uno sciopero alla OM di Brescia proclamato verso la fine del 1958 da Fim e Fiom, solo 21 operai hanno il coraggio di astenersi dal lavoro: di essi, 18 sono della Fim. Il risultato numerico è modesto, ma il segnale è importante, e le lotte condotte in seguito unitariamente, con la Fim propagonista, avranno la meglio sui ricatti aziendali. Qualche mese prima, in marzo, alla Fiat di Torino, la Cisl nella persona dello stesso segretario generale Giulio Pastore era intervenuta per denunciare il clima di intimidazione instaurato dall’azienda alla vigilia delle elezioni delle rappresentanze sindacali e decideva di espellere dall’organizzazione la maggioranza dei componenti di commissione interna nelle liste Fim perché troppo subalterni all’azienda. Fu uno shock e per la Fim, che da anni viveva un aspro conflitto interno, un’operazione dolorosa: da organizzazione di maggioranza alla Fiat, la Fim si ridusse a un manipolo di iscritti e rappresentanti. La Cisl e la Fim avevano scelto coraggiosamente di ripartire quasi da zero, con un gruppo di militanti e dirigenti non compromessi, pur di affermare la propria autonomia e un sindacalismo coerente, non proclive a cercarsi facili popolarità. Queste vicende sono da comprendere sullo sfondo di una situazione nella quale il padronato era portatore, lui sì, di una cultura “antagonista”, che non riconosceva ai lavoratori, nel proprio ambito di comando, quei diritti che i cittadini si andavano conquistando nella società.

Nel secondo congresso nazionale (Torino, 30 ottobre-1° novembre 1954) sono in primo piano i problemi organizzativi del giovane sindacato, i conflitti persistenti con la Cgil e soprattutto le difficili condizioni dei lavoratori nella fase di ricostruzione industriale (redditi bassi, disoccupazione). Al terzo congresso (Milano, 4-6 gennaio 1959) l’accento è posto sulla formazione dei quadri e il rafforzamento dell’organizzazione in fabbrica. Ed è proprio l’arrivo di nuovi quadri formati alla scuola di Firenze che getta le basi per il rinnovamento della Fim. Convinti che la situazione sociale è insostenibile e che il sindacato deve muoversi per cambiarla, questi nuovi sindacalisti si preparano a dare battaglia. Si discute anche dell’imminente rinnovo contrattuale, che si prospetta difficile. Dopo mesi di conflitto, il contratto sarà firmato il 23 ottobre di quell’anno, con la mediazione del ministro del lavoro Zaccagnini. Si ottengono modesti aumenti salariali, taluni miglioramenti normativi, un avvicinamento delle retribuzioni femminili a quelle maschili. Ma il contratto lascia la Fim insoddisfatta, perché ne avverte i limiti profondi: troppo tradizionale, non all’altezza di una società in fermento e in rapida trasformazione. La Fim si prepara così a mobilitarsi nelle aziende, rafforzando le proprie rappresentanze di fabbrica: è ormai pronta per il grande balzo in avanti degli anni Sessanta.