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AUTOMAZIONE IL LAVORO SI TRASFORMA, NON SPARIRÀ

15 Aprile 2019

Marco Bentivogli, segretario Fim Cisl, analizza l’impatto della tecnologia

«Stiamo avvicinandoci a una fase di cambiamento, dobbiamo attrezzarci»

«Più creatività e meno mansioni ripetitive. La scuola è ancora indietro»

di Maria Grazia Gispi – La Provincia ( Como) 15 aprile 2019

‟Contrordine Compagni”, uscito in marzo per Rizzoli, è il ‟ Manuale di resistenza alla tecnofobia per la riscossa del lavoro e dell’Italia” che Marco Bentivogli, segretario generale della Federazione Metalmeccanici (Fim Cisl) ha scritto per richiamare gli italiani da una cronica e infondata tecnofobia che rischia di bloccare il Paese.

In cosa ha riconosciuto la nostra diffidenza per la tecnologia?

E’ ciò che ci restituisce la nostra storia. Siamo il paese che ha introdotto la tv a colori con oltre dieci anni di ritardo. Siamo un popolo di inventori ma, è un paradosso, l’innovazione gode di una opposizione generalizzata, subentra pio l fase in cui la novità è di moda per cedere infine alla noia. Quello che definisco il ciclo OMN. La prima reazione, però, è di solito tecnofobica, certamente non razionale dovuta a molti fattori che alla fine portano gli italiani, in media, a essere dei “timorosi esitanti…digitali”.

Eppure il filosofo che si occupa di etica digitale è luciano Floridi, italiano di Roma, come se lo spiega?

Infatti lavora a Oxford svolge le sue ricerche con gli esponenti della new economy stranieri. E’ una conferma: siamo inventori molto geniali, ma andiamo a sviluppare altrove come è accaduto con l’accelerometro o l’mp3, tutte invenzioni italiane ma non sviluppate in Italia. Non vale solo per la tecnologia, anche le innovazioni politiche sindacali vengono guardate con sospetto.

A che punto è la rivoluzione industria 4.0?

Molto dipende dalle zone, gli sgravi fiscali per le nuove tecnologie previsti del Piano Calenda pe l’industria 4.0 sono stati chiesti in alcune aree del Sud Italia solo dal7% delle aziende. Ritarda anche la creazione e l’utilizzazione di venture capital ai quali all’estero invece ricorrono in maniera massiccia e solo da poco si sta avviando la realizzazione dei competence center. Certo gli stop and del governo attuale non aiutano e i cambi repentini d’indirizzo sono devastanti, la programmazione economica dovrebbe essere decennale, ventennale, noi abbiamo una visione che al massimo arriva alle elezioni.

La disoccupazione giovanile a Como ha un’incidenza simile a quella regionale a fronte di una ricerca di figure tecniche introvabili dalle aziende, un fenomeno nazionale, come si spiega?

C’è un disallineamento tra i profili professionali che escono dal sistema formativo e quello che chiedono le aziende. Questo dipende da due fattori: uno scarso investimento nell’orientamento e un problema di narrazione sul lavoro. E’ un dato del 2010: i giovani svedesi erano orientati per il 40% verso un lavoro che comprendesse anche attività manuali, i ragazzi italiani erano il 5%, la domanda del mercato per lavori di questo tipo è del 48%.

Con l’automazione dei processi aumenta la richiesta di lavori qualificati, la formazione sarà fondamentale, la forbice del mancato mismatch tra scuola e imprese potrebbe quindi ridursi?

Rischia invece di allargarsi perché le competenze digitali che servono adesso sono in rapida evoluzione, al World Economic Forum si è detto che il 65% dei bambini farà un lavoro di cui oggi non conosciamo neanche il nome. C’è la necessità di una reattività del sistema formativo per adattarsi ai cambiamenti in corso, invece non ci stiamo muovendo mentre il grande cambiamento tecnologico in atto è molto più veloce che nel passato. Se l’energia elettrica impiegò quarant’anni a diffondersi, le nuove tecnologie si propagano in pochi mesi in tutto il mondo. A questo corrisponde la necessità di dover cambiare in maniera repentina e profonda e la formazione sarà richiesta di alta qualità e lungo tutta la vita lavorativa, per questo deve essere inclusa come un diritto in tutti i contratti di lavoro. Il rischio è di creare degli esclusi, inaccettabile dal punto di vista etico.

Però realistico c’è la possibilità che si crei una casta di sapienti e una massa che segue e subisce delle scelte?

Questa è la visione che va di moda e che non condivido. Quando arriva una nuova tecnologia, c’è una fase di cancellazione delle vecchie prassi ed esiste un periodo di compensazione. Ma il numero di ore di lavoro necessarie in questo intervallo di tempo non è dettato dal destino, ma da precise scelte che un Paese può e deve fare in anticipo.

Le tecnologie digitali non decreteranno quindi la fine del lavoro?

È una grande bugia che viaggia dalla California ai populisti europei. Stiamo andando verso un grande cambiamento del lavoro come già è accaduto in passato. C’è già una riduzione del 90% di forza lavoro nell’assemblaggio finale di un’auto ma in compenso si sono creati posti qualificati nell’elettronica e nel software. C’è altro lavoro che si genera e la tecnologia può essere una grande alleata nella umanizzazione del lavoro. Quello che è vero è che aumentano i lavori con vantaggio cognitivo e diminuiscono i la lavori ripetitivi. Si pensa, sbagliando, che potranno esser gli operai i primi a perdere le loro tradizionali mansioni, mentre sono i lavori impiegatizi i più a rischio. Crescerà la quota di lavoro creativo, progettuale non solo intellettuale ma anche manuale. Ora è ricercata la capacità di risolvere problemi per fare in modo che le macchine funzionino e dialoghino tra loro e con le persone. La paura della fine del lavoro, oltre che infondata, è pericolosa perché paralizza invece di incentivare a prepararsi.

Cosa intende per “smart union” e perché è necessaria un’evoluzione del sindacato?

Serve una organizzazione più snella, rapida, competente come nelle migliori epoche sindacali. Un sindacato capace di comprendere la nuova organizzazione del lavoro e delle produzioni per riuscire a costruire, attraverso il protagonismo delle persone, la loro partecipazione. Dare centralità alle persone è il vero compito in un contesto di conciliazione dei temi del lavoro. Come nel caso di chi lavora sui progetti e si trova a poter gestire meglio attività e vita privata, ovviamente dove questo è contrattualizzato e non unilaterale. Spostarsi per lavoro è una modalità che le prossime generazioni riterranno obsoleta.

Purché sia sempre possibile sconnettersi, altrimenti il lavoro sconfina nella vita privata, è un accorgimento del quale si è consapevole?

Sì, nei contratti di smart working inseriamo sempre il diritto alla disconnessione ma relegare tutto il dibattito a questa preoccupazione, che è un sentito diffuso, è un falso problema. Il vero tema è che non ci diamo una mossa e se continuiamo con le nostre fobie i nuovi lavori verranno realizzati in altre parto del mondo. L’innovazione logora chi non la fa.

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