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Crisi aziendali nel settore metalmeccanico – 1° semestre 2026: 105 mila i metalmeccanici coinvolti in crisi. Continua stabile la richiesta di cassa integrazione ordinaria e straordinaria per carenza di ordini. Continua la sofferenza delle piccole e medie aziende.

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Crisi aziendali nel settore metalmeccanico – 1° semestre 2026

105 mila i metalmeccanici coinvolti in crisi.

Continua stabile la richiesta di cassa integrazione ordinaria e straordinaria per carenza di ordini.

Continua la sofferenza delle piccole e medie aziende.

Si fanno sempre più pesanti i costi dell’energia, delle materie prime e la carenza di credito. Automotive, siderurgia ed elettrodomestico i settori maggiormente colpiti.

Uliano (Fim Cisl): “Servono investimenti e politiche industriali da Governo ed Europa. Il costo dell’energia resta la priorità”.

Nel primo semestre 2026 la situazione del settore metalmeccanico continua a registrare un aumento significativo della cassa integrazione, anche se rispetto al secondo semestre 2025 registriamo un calo di circa 10.169 lavoratori in meno coinvolti in crisi aziendali.

Rispetto all’ultimo nostro rilevamento (dicembre 2025), che contava 115.397 lavoratori coinvolti nella crisi, dal 1° gennaio 2026 ad agosto 2026 siamo a 105.228, con -10.169 lavoratori coinvolti rispetto all’ultima rilevazione. Da non trascurare il fatto che molti lavoratori superato l’utilizzo di ammortizzatori vengono espulsi dal contesto lavorativo, quindi non più conteggiati come cassintegrati.

Il campione da noi raccolto coinvolge 685 aziende sotto i 50 dipendenti e 393 sopra i 50 dipendenti, per un totale di 1.078 aziende e 105.228 lavoratori.

Le crisi sono determinate per lo più dalle difficoltà che stanno attraversando interi settori industriali: dall’elettrodomestico alla siderurgia, fino all’automotive, a cui si sommano settori di “nicchia” come quello degli accessori moda in Toscana, le PMI orafe e le piccole fonderie che scontano l’elevato costo dell’elettricità e gli aumenti delle materie prime. Si registrano anche situazioni di crisi (seppur limitate) dovute a eventi atmosferici straordinari (vedi l’area del Cremonese), fenomeni con i quali, con molta probabilità, dovremo fare sempre più i conti in futuro.

Il costo del denaro (fino al 10%) continua ad impattare in maniera abbastanza importante sulle piccole imprese metalmeccaniche, che necessitano di credito e soffrono maggiormente per crisi di natura finanziaria legate alle carenze di ordini e ai costi energetici elevati.

La crisi continua ad impattare in maniera significativa le aziende siderurgiche e della componentistica auto ed elettrodomestico, macchine agricole e movimento terra, ma anche aziende di minuteria e tornitura meccanica, componentistica elettromeccanica, fonderie e zincatura. Confermate le sofferenze delle aziende produttrici di prodotti per l’infanzia, infissi e materiali per l’edilizia, bici e componentistica, a cui si aggiungono le difficoltà dei comparti moto e motocicli. Una situazione in coerenza con i dati INPS semestrali, che vedono un leggero calo nel settore metalmeccanico e siderurgico delle ore di Cassa integrazione ordinaria e straordinaria rispetto all’ultimo anno, da 158.9 a 123.7 milioni di ore, ma con una prevalenza della Cassa integrazione straordinaria evidenziando aspetti sempre più strutturali della crisi.

Per quanto riguarda il settore metalmeccanico, quello che emerge dal report è un quadro preoccupante che non riscontra un’inversione di tendenza. Costo dell’energia e delle materie prime sono le voci che più impattano sulle crisi aziendali; a queste si sommano la crisi geopolitica e la confusa gestione della transizione green ed energetica da parte dell’Europa. Risultano particolarmente colpiti i settori dell’automotive e della siderurgia, oltre a quelli del comparto termomeccanico e dell’elettrodomestico. Complessivamente, su 105.228 lavoratori, 85.728 sono implicati in crisi di settore, 9.457 coinvolti a vario titolo in crisi di carattere finanziario e 5.485 relativi ai vari indotti: si tratta per lo più di aziende, anche sotto i 50 dipendenti, legate alla componentistica auto, ma anche di aziende di minuteria e lavorazioni meccaniche trasversali ai settori.

Le regioni maggiormente colpite sono quelle ad alta industrializzazione: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, che vedono crescere le ore di cassa integrazione, in particolare nei settori legati a macchinari e impiantistica industriale, automotive, elettrodomestico, siderurgia, biciclette, minuteria metalmeccanica e lavorazioni siderurgiche. Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Lazio, pur registrando un numero inferiore di aziende in crisi, confermano i settori in maggiore difficoltà (automotive, siderurgia, elettrodomestico); così come le regioni del Centro-Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata e le isole Sicilia e Sardegna), dove ai comparti sopracitati si aggiungono le aziende legate alla microelettronica, ai semiconduttori, alla manutenzione industriale e all’impiantistica.

Continuano ad esserci processi di delocalizzazione: sono 1.975 i lavoratori coinvolti, con una presenza significativa di aziende che forniscono servizi informatici e di call center.

Sono esclusi da una situazione di sofferenza settori come l’aerospazio, la difesa e la cantieristica navale, che vivono invece un periodo di crescita.

Automotive: la situazione del Gruppo Stellantis, seppur migliorata rispetto al 2025, è particolarmente critica (vedi report FIM Stellantis terzo trimestre 2026). Nei primi sei mesi dell’anno il Gruppo ha visto recuperare la produzione a 340.745 veicoli (+28,3%), con volumi in ripresa rispetto all’anno horribilis 2025 con un aumento delle auto (+36,7%) pari a 206.945 unità, per lo più trainato dalle nuove produzioni. Per fine anno, le previsioni sui volumi produttivi non dovrebbero andare sopra 450.000 veicoli. Resta grave la situazione del sito di Cassino.

Quindi, nonostante la timida ripresa, la sofferenza del settore resta. Il nostro Paese è infatti tra i maggiori produttori ed esportatori in Europa di componentistica per auto: motori endotermici, marmitte, fanaleria, pressofusi, pompe diesel e benzina, selleria, sospensioni, ecc. Lo stivale è disseminato di aziende che ruotano intorno al settore auto e, oltre a quelle note come Bosch e Marelli, ve ne sono tantissime altre come Lear, Tiberina, Algo, Hi-Lex, Cecomp, Magna di Livorno, Baomarc, Proma, Friulpress-Samp Spa, Hanon Systems, Brovedani ecc., molte delle quali sotto i 50 dipendenti. Queste ultime stanno scontando la pesante crisi del settore dovuta alle scelte sbagliate nella transizione green e digitale, ai mancati investimenti delle grandi aziende del settore, nonostante gli utili degli anni passati. Come sono mancati i fondi per sostenere il settore e il suo sistema produttivo da parte del Governo e dell’Europa.  L’azione di dumping delle case automobilistiche cinesi, sostenuta dallo Stato, ha poi determinato l’erosione di fette di mercato in Europa.

Inoltre, in Italia scontiamo anche un gap dovuto alla dimensione di molte aziende dell’indotto, che per natura hanno una minore capacità organizzativa ed economica per affrontare la transizione. A questa si somma, come in tutti gli altri settori analizzati, un costo dell’energia ormai insostenibile con un +60% medio in più rispetto alla Spagna, e 40% medio in più rispetto la Francia, rispetto al resto dell’UE l’Italia ha un costo dell’energia del + 20-30% medio più altro che mette le aziende grandi e piccole in forte difficoltà. Gli aiuti pubblici per il settore restano largamente insufficienti davanti alla sfida che le case automobilistiche cinesi stanno portando in Europa.

Elettrodomestico: il settore del bianco è alle prese ormai da anni con una forte ristrutturazione che ha visto nel nostro Paese la chiusura e il ridimensionamento di molti siti produttivi. La vendita di elettrodomestici in Europa nel 2025 è stata al di sotto degli 80 milioni di pezzi (rispetto ai 90 milioni pre-COVID), con una quota di marchi asiatici salita in pochi anni dal 14% a quasi il 50%. In Italia la produzione nel 2025 si è fermata sotto i 10 milioni di prodotti, ben lontana dai 30 milioni degli anni 2000. Siti e marchi storici sono stati chiusi o sono passati in mani estere. Oggi gran parte di quello che era il “Made in Italy” del bianco è in mano straniera: Beko Europe è detenuta al 100% dai turchi di Arçelik (i cui cinque siti contavano circa 5.000 dipendenti in Italia). L’azienda nell’ottobre del 2024 ha presentato un piano di esuberi di circa 1.935 dipendenti (quasi il 44% del totale) e la chiusura degli stabilimenti di Siena e Comunanza nelle Marche. Il 14 aprile 2025 è stato raggiunto un accordo sindacale quadro che ha salvaguardato il livello occupazionale: le uscite volontarie nel triennio 2025-2027 non potranno superare le 994 posizioni lavorative. Non vi è alcuna chiusura definitiva degli stabilimenti. Il sito di Comunanza prosegue l’attività di produzione di lavatrici, mentre per Siena è stato avviato un percorso di riconversione industriale. Permane tuttavia forte preoccupazione nelle Marche, a Fabriano, per il ridimensionamento dei centri di ricerca e in tutti gli stabilimenti produttivi per il calo dei volumi prodotti rispetto al budget previsto.

La situazione di Electrolux in Italia presenta diverse analogie con quella di Beko, essendo entrambi i gruppi colpiti dalla crisi dei consumi in Europa e dalla concorrenza asiatica. Nel maggio del 2026 l’azienda ha presentato un piano di ristrutturazione che prevede la riduzione di 1.719 addetti sui 4.505 totali, il taglio della capacità produttiva del 18% e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi nelle Marche, con 170 occupati. Nonostante Electrolux, a differenza di Beko (che è in una fase di integrazione post-acquisizione), abbia continuato a investire in questi anni somme importanti sia nei processi sia nei prodotti, ha anch’essa presentato un piano di ridimensionamento occupazionale e industriale. In questi mesi è in corso la trattativa in sede ministeriale con le parti sindacali per definire un piano industriale differente da quello presentato nel maggio scorso, definito “irricevibile” anche dal Ministro Urso e grazie alla lotta di lavoratori e sindacato, l’azienda ha fatto un passo indietro, con un ritiro dei licenziamenti in maniera unilaterale e la chiusura del sito di Cerreto D’Esi a dicembre di quest’anno. La nuova proposta aziendale vede una riduzione a 1250 degli esuberi, da gestire solo con dimissioni incentivate volontarie e l’investimento di 90 milioni di euro. In questi giorni si sta trattando con il Gruppo per arrivare ad un accordo entro la fine del mese di ottobre.

Le crisi produttive che stanno attraversando Beko ed Electrolux ricadono direttamente sull’indotto formato principalmente da piccole e medie imprese; si tratta di aziende di componentistica, cablaggi elettrici, stampaggio lamiere, minuteria metallica, ecc., che stanno accusando il ridimensionamento del settore del bianco. In questo quadro di crisi dovuta al calo dei consumi e alla crescita dei produttori asiatici, Fim, Fiom e Uilm avevano chiesto al Governo, il 21 febbraio 2024, la convocazione del tavolo di settore per promuovere politiche di rilancio del comparto con un respiro anche europeo. In due anni è stato convocato una sola volta; resta per noi urgente la ripresa del tavolo.

Siderurgia e Alluminio: il costo dell’energia continua a penalizzare fortemente fonderie e laminatoi. Oltre ai grandi impianti siderurgici e alle vertenze storiche (ex-Ilva, Piombino, Sider Alloys / ex-Alcoa), stanno soffrendo molto le piccole e medie fonderie, per lo più localizzate nel Nord Italia, dove il costo dell’energia è in media il 30% più alto rispetto alla media UE (115 euro/MWh contro i 90 della Germania, i 50 della Francia e i 60 della Spagna). A questo si sommano i costi delle materie prime, in particolare metalliche, che stanno registrando rincari record (il rottame ferroso a 340 €/t, l’alluminio a 3.117 €/t, il rame a 11.000 €/t). Per il ferro e l’acciaio si aggiunge inoltre, da quest’anno, il costo della certificazione ambientale richiesta dalle nuove norme UE (CBAM – Carbon Border Adjustment Mechanism). Le vertenze “storiche” della siderurgia e dell’alluminio (ex-Ilva, ex-Alcoa, JSW Piombino / ex-Lucchini) sono in crisi profonda da oltre 10 anni e non vedono soluzioni all’orizzonte, nonostante l’importanza strategica dell’acciaio e dell’alluminio per il nostro Paese, anche alla luce dei mutati equilibri geopolitici.

L’ex-Ilva è la madre di tutte le vertenze e condensa in sé i mali e le inefficienze del Paese: dal costo dell’energia alla sostenibilità ambientale, fino alla burocrazia e allo scontro tra istituzioni e poteri dello Stato. Tutti elementi che da anni ostacolano la ricerca di una soluzione. Oggi il Gruppo è in Amministrazione Straordinaria; dagli oltre 11 mila lavoratori iniziali si è passati agli attuali 9.800 diretti, a cui si sommano circa 17 mila addetti complessivamente, calcolando tutti i siti del Gruppo, appalti e forniture. A causa della situazione, sono coinvolti nella cassa integrazione dai 4.450 ai 6.000 lavoratori (nella sola Taranto 3.800, praticamente la metà del personale attuale). Dopo il fallimento della gestione Mittal, il Gruppo è gestito dai Commissari Straordinari nominati dal Governo. A seguito della sentenza della Corte d’Appello di Milano dell’11 settembre scorso, che ha imposto la chiusura dell’area a caldo, la situazione è precipitata. La Corte di Cassazione ha fissato la prima udienza il 20 ottobre per valutare il ricorso contro lo spegnimento disposto dalla Corte di Appello. Nell’ultimo incontro il Governo e i Commissari ha comunicato che dal 15 novembre 2026 verranno sospese anche le produzioni delle aree a freddo e questo coinvolgerà tutti gli stabilimenti del gruppo. La situazione che si sta prospettando è la messa in Cassa Integrazione di tutti i 10.000 dipendenti ex Ilva senza una reale prospettiva di rientro. Il Governo sta predisponendo un apposito decreto per riconoscere la Cassa integrazione in deroga agli oltre 4.000 lavoratori dell’indotto per evitare i licenziamenti. E’ stato prorogato all’8 novembre il termine ultimo per presentare le offerte per l’acquisto dell’ex Ilva. Rimangono pertanto ancora irrisolti gli aspetti legati all’asset proprietario e alle prospettive industriali relative agli investimenti necessari per produrre l’Acciaio verde nel nostro Paese.

Sider Alloys (ex-Alcoa): a 8 anni dall’acquisizione da parte degli svizzeri di Sider Alloys, lo stabilimento per la produzione di alluminio primario di Portovesme, in Sardegna, non è mai ripartito. La produzione è ferma dal 2012 e le celle elettrolitiche, cuore dell’impianto, non sono mai state riaccese. Attualmente vi lavorano appena 80 persone, tutte in cassa integrazione, mentre i lavoratori dell’indotto dell’ex-bacino Alcoa sono rimasti senza ammortizzatori sociali, aggravando la crisi sociale del Sulcis, tra le aree più povere del Paese.

Piombino: il polo siderurgico dell’ex-Lucchini è giunto alla realizzazione degli Accordi di Programma. Rimangono incerti nei tempi di realizzazione gli esiti degli investimenti previsti, legati a più soggetti. Il Governo – come sottolineato negli ultimi incontri – deve farsi garante dell’efficacia di quanto in fase di attuazione. Detto ciò, resta l’incertezza per i 1.400 lavoratori: ad oggi il rilancio rimane solo sulla carta, mentre gli impianti si degradano.

Il settore Termomeccanico è alle prese con la transizione green e le nuove regole UE. La situazione resta sotto osservazione per via dell’incertezza sulle prospettive della transizione e delle normative europee che interessano un comparto importante per l’industria nazionale. Come FIM, insieme alle altre organizzazioni sindacali, abbiamo più volte sollecitato affinché il tavolo della termomeccanica inizi a trattare la questione non più come “emergenza aziendale” ma come crisi strutturale di settore, così da anticipare e avviare politiche industriali di sostegno alla transizione dell’industria del riscaldamento, della climatizzazione e della refrigerazione. A nostro avviso serve un “Fondo per la transizione termica” analogo a quello dell’automotive (anch’esso insufficiente in termini di risorse) per sostenere le aziende dirette e della filiera nella riconversione dai sistemi a gas a quelli elettrici.

Per quanto riguarda le aziende dell’elettronica, dell’impiantistica e delle TLC, permangono criticità per realtà come Alpitel, Sirti, Valtellina, Italtel, Site, ecc., dovute in parte ai meccanismi di gare al massimo ribasso che mettono fuori mercato molte imprese storiche. A ciò si aggiunge l’incertezza legata alla fine dei finanziamenti PNRR per il 5G e per altre infrastrutture. Si sommano poi le vertenze storiche di aziende della microelettronica in forte crisi finanziaria da anni (es. Jabil, Softlab, Fimer, Dema ecc.), le quali scontano il fatto di essere siti di solo assemblaggio, privi di centri decisionali, di ricerca e sviluppo e di legami con le università. Sulla microelettronica servirebbe, anche alla luce dello sviluppo dell’IA, una strategia nazionale volta a trattenere e far investire le multinazionali sul nostro territorio.

In questo quadro desta preoccupazione il settore dell’ICT in riferimento al tema dell’IA. Nonostante infatti questo settore si confermi come uno dei principali motori della resilienza e della crescita economica italiana, in espansione e con capacità di investimenti economici importanti, preoccupano le conseguenze che nel breve e medio periodo l’introduzione dell’IA potrebbe avere.

Preoccupa l’impatto di questa nuova tecnologia sui posti di lavoro, soprattutto nelle aziende del settore ICT . Infatti uno dei maggiori rischi per le lavoratrici e i lavoratori di questo comparto riguarda la “compressione professionale” e la soppressione di posti di lavoro le cui attività potrebbero essere affidate all’intelligenza artificiale.

Nonostante il settore non sia in crisi, si riscontrano già licenziamenti da parte di aziende come IBM e Investcloud, che giustificano la riduzione di personale all’interno di riorganizzazioni e di investimenti in digitalizzazione e IA.

In conclusione, nel primo semestre 2026 non si riscontra un’inversione di tendenza rispetto ai mesi precedenti tale da recuperare la produzione persa negli ultimi tre anni. Transizione energetica, riposizionamento delle catene del valore a livello globale, guerre, tensioni geopolitiche e costi energetici  e delle materie prime – oltre agli impatti (seppur ancora marginali) degli eventi climatici straordinari – continuano a pesare notevolmente sull’intero settore. La contrazione del mercato tedesco e la profonda crisi dell’automotive hanno fatto il resto. Va evidenziato che, nonostante il calo produttivo, la tenuta occupazionale regge grazie al massiccio utilizzo della CIG e altri ammortizzatori (soprattutto nelle PMI, nell’indotto auto, termomeccanica, siderurgia) per gestire il calo degli ordini, sebbene inizino a manifestarsi sofferenze importanti.

Per il Segretario Generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano: “I dati del nostro report sulle crisi aziendali rilevano un leggero miglioramento rispetto all’ultimo semestre sui dati di Cassa Integrazione, anche se preoccupa tantissimo l’esplosione della Cassa Integrazione Straordinaria rispetto a quella ordinaria, e la situazione internazionale e i costi dell’energia rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione.

Nel campione di oltre mille aziende da noi censite si evidenzia la richiesta di CIGO e CIGS, con una conferma della crescita del CIGS rispetto alla CIGO. Nello specifico del settore metalmeccanico nel 1° semestre 2026 i provvedimenti di Cassa Integrazione straordinaria sono pari a 73,1 milioni di ore contro la Cassa Integrazione ordinaria pari a 50,6 milioni di ore (dati INPS). Una crescita riconducibile all’aumento delle ore autorizzate per riorganizzazioni e crisi aziendali.

Il costo dell’energia e delle materie prime a cui si somma quello dei trasporti e la carenza di risorse finanziarie per gli investimenti e la contrazione degli ordini (specialmente nelle realtà più piccole) sono le cause principali delle difficoltà.

L’Italia avrebbe bisogno di politiche industriali che mettano in campo risorse importanti per il settore industriale metalmeccanico (e non solo) con interventi che riportino la ‘questione industriale’ al centro delle scelte economiche. Servono subito interventi strutturali, e non una tantum, di riduzione del costo dell’energia, nelle condizioni attuali lo svantaggio per le imprese italiane rispetto agli altri partener europei è tale da rischiare di metterci fuori la competizione internazionale nel giro di pochi anni. Parallelamente, il sistema industriale a livello nazionale ed europeo va messo nelle condizioni di poter giocare una partita alla pari rispetto alle altri grandi potenze internazionali sul terreno della tecnologia, in particolare sull’AI. Su questo fronte aziende, governo e istituzioni europee devono lavorare in concerto con il sindacato per evitare che una grande opportunità di crescita si trasformi in una leva per ridurre la forza lavoro delle imprese.

Un approccio che ci aspettiamo trovi una sua applicazione anche nella gestione delle crisi che devono essere affrontate con impegni concertati con il sindacato, mettendo in campo risorse concrete per la reindustrializzazione e lo sviluppo a sostegno delle filiere in transizione. Quindi non solo aiuti a Difesa e Militare, ma un sostegno con Fondi specifici a tutto il settore industriale. Al MIMIT oggi sono ferme da anni oltre 50 vertenze sindacali “storiche”, dalla siderurgia, all’elettronica automotive e dell’elettrodomestico. A queste se ne sono aggiunte molte altre riguardanti le transizioni delle filiere, e le decine di vertenze territoriali che non arrivano ai tavoli ministeriali, ma che devono essere messe in condizione di poter attingere a risorse finanziarie dedicare per gestire le transizioni in atto, soprattutto impedendo processi di deindustrializzazione.

Roma,                                                                                                            Ufficio Stampa Fim Cisl