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75° della Franco Tosi, intervento del Segretario generale Fim Cisl Marco Bentivogli

11 Gennaio 2019

Intervento di Marco Bentivogli

Segretario Generale della Fim Cisl al 75° della Franco Tosi

Franco Tosi, Legnano 11 gennaio 2019

 

Porgo i miei saluti alle lavoratrici e ai lavoratori, alle autorità presenti, alla cittadinanza agli studenti qui presenti.

Sono passati 75 anni, tre quarti di secolo, da quel 5 gennaio del 1944, quando le SS del generale Zimmermann intervennero brutalmente, in questo luogo, alla Franco Tosi qui a Legnano per “risolvere” – nel loro stile – una situazione di conflitto di lavoro, quella che in fondo era una vera e propria vertenza sindacale, nel senso più genuino della parola: da mesi i lavoratori erano in agitazione per ottenere ragionevoli miglioramenti in condizioni di lavoro diventate intollerabili.

Era dai grandi scioperi del marzo 1943, che hanno riguardato molte fabbriche metalmeccaniche, che alla Franco Tosi si alternavano scioperi bianchi, cioè rallentamento e boicottaggio della produzione, astensioni dal lavoro di pochi minuti o di giorni interi. Gli operai erano sempre più esasperati dalle paghe basse, che non consentivano di arrivare a fine mese, visti anche i rincari dei generi di prima necessità, difficili da reperire anche alla “borsa nera”. Erano esasperati dal continuare della guerra che comportava fame, freddo, continui allarmi-bombardamento a Legnano e il rischio della vita per amici e parenti in montagna o in città come partigiani, nelle carceri, nei lager in cui erano stati rinchiusi in qualità di IMI (Internati Militari Italiani, soldati ed ufficiali che dopo l’Armistizio dell’8 settembre ’43 avevano rifiutato di arruolarsi nella Wermacht), in combattimento al Sud a fianco degli Alleati o qualcuno al Nord a fianco dei nazi-fascisti. E la Franco Tosi in qualità di fabbrica militarizzata contribuiva ad armare i nazi-fascisti, a far continuare la guerra.

Come in molte fabbriche i lavoratori metalmeccanici hanno dichiarato guerra alla guerra: con lo sciopero!

Questi episodi siano chiari, limpidi a chi crede che il nazionalpopulismo sia compatibile con la libera organizzazione dei lavoratori nel sindacato. Unica condizione, da sempre, perché i lavoratori siano più forti e più liberi. Quella mattina del 5 gennaio 1944 lo sciopero continuava. Teodoro Sant’Ambrogio ci ha raccontato che le trattative con la dirigenza avevano ottenuto migliorie sia economiche sia per la mensa aziendale, che prima prevedeva per gli impiegati “minestra e pietanza”, cioè un secondo piatto, e per gli operai, che facevano un lavoro decisamente più pesante ed energeticamente dispendioso, la sola “minestra”. Gli operai erano radunati in cortile in attesa delle novità che avrebbero messo fine allo sciopero.

Furono i fascisti italiani, fuori dai cancelli della fabbrica che telefonarono a Milano chiedendo l’intervento dei tedeschi. Questi, agli ordini del generale delle SS Otto Zimmermann, partirono subito per raggiungere la fabbrica.

Intanto le SS erano giunte non a Legnano ma, per un’errata interpretazione della telefonata, a Melegnano e, dopo aver scoperto l’equivoco, furibondi, stavano raggiungendo Legnano.

Gli operai erano tutti in cortile. Arrivarono le SS che entrarono in fabbrica con camionette e mitragliatrici. E iniziò l’inferno.

Quel giorno, innanzi tutto, ci fu un atteggiamento di ribellione da parte di tutti i dipendenti, semplicemente perché erano, eravamo stufi; poi si era diffuso un certo entusiasmo, al punto tale che il piazzale principale dell’azienda era stipato di lavoratori, convinti che la direzione, avrebbe sicuramente accolto le nostre richieste economiche.

Quel 5 gennaio le SS, chiamate dai fascisti, diedero loro la risposta, prima minacciando con le mitragliatrici, poi arrestando una sessantina di lavoratori, naturalmente scelti tra i più attivi sindacalmente e sospettati di antifascismo. Da questi, che erano stati portati a San Vittore, furono prelevati nove, deportati nel famigerato lager austriaco di Mauthausen. Solo due di loro sopravvissero (uno morì suicida due anni dopo il ritorno).

I fatti sono ben noti, e ogni anno li riproponiamo alla memoria, oltre che dei legnanesi e dei lavoratori metalmeccanici, di tutti i nostri concittadini. Non solo per rendere un doveroso omaggio a questi martiri, ma per risvegliare e rendere vigile la coscienza di tutti.

Nei giorni in cui imperversano cattive coscienze che tendono a insegnare ai nostri ragazzi che il fascismo è un’idea politica, come le altre, valgono le parole dello ragazzo che è intervenuto prima di me: il fascismo è un cancro di cui vergognarsi della nostra storia, non è un idea politica, è un crimine contro l’umanità.

E per questo, ancora oggi più che mai, il momento giusto, per risvegliarla questa coscienza aggravata da un torpore politico e ideale allarmante: il discorso antifascista oggi – purtroppo – suona molto meno retorico di qualche tempo fa, quando un qualche facile successo arrideva a revisioni storiche accomodanti sul fascismo, ammiccanti a forme di “vogliamoci bene”, mascherati da una pacificazione senza memoria quella che sembra dire che   adesso che tant’acqua è passata sotto i ponti e che ormai – si diceva – è tempo di riconoscersi a vicenda ragioni e colpe. Non ci stiamo. Servono parole chiare, definitive, patrimonio comune di tutte le forze democratiche.

Oggi la nostra memoria dei lavoratori deportati dai nazisti, su istigazione dei fascisti nostrani, non può che destare in noi un forte allarme osservando il fiorire sfacciato, provocatorio e aggressivo di gruppi, iniziative, microculture che non hanno ritegno a richiamarsi esplicitamente al fascismo. E anche se non esplicitamente legati a quel mondo eversivo – e magari a parole avversandolo – tengono banco sulla scena del nostro paese comportamenti, parole, movenze evocanti i passi iniziali di quel movimento.

E’ inaccettabile che figure istituzionali del nostro paese non solo non prendano le distanze da questi movimenti, ma ne corteggino, a scopo elettorale, l’opera d’istigazione alla paura che diventa odio per l’altro e la legittimazione di singoli aspetti della dittatura nazifascista rievocati con grande confusione conoscitiva. E’ grave la tolleranza che non solo negli stadi si pratica nei confronti di chi inneggia al razzismo e al fascismo, è grave se coccolata e legittimata da esponenti politici irresponsabili.

Nulla di più alieno riaspetto alla nostra cultura sindacale e alla nostra pratica alimentate da una visione solidarista, aperta ed egualitaria. Allergica a ogni prepotente rivendicazione del “prima noi”, nutrita dall’illusione di salvaguardare i nostri interessi e tradizioni con la costruzione di argini armati contro supposte invasioni. Per questo in tutto il mondo, l’Europa è nel mirino, perché è stato l’unico argine agli egoismi ottusi di ogni nazionalismo, che è sempre stato all’origine delle guerre.

E’ la becera vulgata reazionaria di ogni epoca che spiega ai penultimi che la colpa dei loro disagi è degli ultimi per continuare a difendere un mondo diseguale. Come dice Liliana Segre: “ho visto le parole di odio, trasformarsi in violenza, in dittatura, in sterminio”.

Faremmo torto alla memoria dei nostri martiri – e arrecheremmo danno al nostro futuro sociale e politico – se sottovalutassimo lo smantellamento sfacciato del cardine della nostra democrazia delegata (non diretta, badate bene), che è la costruzione paziente, ma chiara e trasparente della rappresentanza e – attraverso questa – di una efficiente macchina di governo. Proprio come sindacato di lavoratori siamo accanitamente interessati alla riconquista (sì, perché in questi ultimi tempi qualcosa abbiamo perduto)… siamo assolutamente interessati alla riconquista di una democrazia partecipata ed efficiente, che garantisca il nostro ruolo nella difesa degli interessi dei nostri rappresentati e renda robusto il tessuto solidarista della nostra comunità. Amos Oz, recentemente scomparso, diceva, “Nel mio mondo , la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, è morte”.

Per questo oggi si deride la democrazia rappresentativa, per invocare una legittimazione popolare fatta di solo rancore a scardinarla nelle fondamenta. Proprio per questo dobbiamo interrompere e combattere la strada di declino di coesione sociale e unitaria del paese che sta imboccando il nostro Paese.

Mi è parso doveroso ricordare che, in quel fatale 5 gennaio del 1944, i lavoratori della Franco Tosi, stavano rivendicando il loro diritto a un minimo di dignità con lo strumento tipico della democrazia: il confronto, il negoziato, lo sciopero, la lotta e la ricerca di soluzioni realistiche, non massimaliste (basterebbe andare e vedere il contenuto delle loro rivendicazioni). È stato il loro estremo contributo alla costruzione di un mondo ragionevole e solidale. Rendiamo loro omaggio riprendendo ogni volta il testimone dalle loro mani e non dimentichiamo di renderlo vivo e forte nelle mani dei nostri figli e delle future generazioni. Non dimentichiamo mai di trasmettere la sete di giustizia, di lealtà e di solidarietà.

Questo è il patrimonio di democrazia e solidarietà che i metalmeccanici hanno difeso contro il nazifascismo poi e contro il terrorismo.

Non possono esistere cambi di destinazione d’uso di questa umanità dei lavoratori se non nella promozione della libertà e della democrazia e dei valori della nostra Costituzione.

Queste 7 persone vennero scelte, non a caso, non erano lavoratori qualsiasi, erano attivisti sindacali, erano persone che sapevano che, come ricordava Alcide Cervi, il sole non sorge e non tramonta per una sola persona. Ma che ci si libera e ci si salva tutti insieme, come persone come comunità come umanità come ci ha ricordato anche il Capo dello Stato Sergio Mattarella.

E che quando la libertà e la dignità e a rischio, oggi come ieri, bisogna fare un passo avanti e rischiare. Oggi si rischia molto meno e la propria libertà e dignità si difende tutt’al più con un po’ di indignazione. Prendiamo ad esempio il sacrificio di questi martiri della libertà e della democrazia per non subordinare mai questi valori a nessun calcolo di convenienza. Uno di loro scrivendo ai propri cari disse: “preferisco morire piuttosto che insudiciare la mia coscienza”.

Ecco, non deleghiamo mai a nessuno la difesa e promozione di questi valori aspettando che ci sia sempre qualcuno che lo faccia al nostro posto. E se ne vedono i frutti amari, anche qualche giorno, con la vile aggressione dei giornalisti dell’Espresso.

Infine, spero mi scuserete se esco per un attimo dalla commemorazione, ma approfitto per ricordare a tutti, che proprio in queste settimane si sta svolgendo una trattativa “cruciale” tra proprietà e commissario straordinario, per la definizione ultima dell’acquisizione delle aree dello stabilimento e quindi, il mantenimento nel sito storico della TOSI.

Attualmente i lavoratori sono coinvolti in una Cassa Integrazione Ordinaria, ma se la trattativa sullo stabilimento si chiude positivamente e in tempi rapidi partono anche gli investimenti per il rilancio produttivo. Vogliamo tornare ogni anno, per questa commemorazione, con la fabbrica aperta, forse è il modo migliorare per ricordarla e aver fatto vincere il lavoro e la dignità di cui è portatore.

La TOSI, anche per il valore storico che rappresenta, va difesa e salvaguardata.

Oggi è un giorno importante perché ricordiamo e rendiamo onore ad una parte dell’umanità che si organizza perché insieme, nel sindacato, si è più forti e più liberi e una parte, che non ha esitato a invocare la repressione dei lavoratori, la deportazione e la morte, impartendo o eseguendo degli ordini.

Grazie alla memoria delle gesta e dell’esempio dei primi abbiamo un’eredità umana, etica che dobbiamo onorare giorno dopo giorno.

La condanna dei secondi è la precondizione perché a quella storia venga affisso il cartello: “mai più” , perché la dignità e la libertà delle persone venga difesa da ciascuno contro chiunque. Questa è l’eredità politica e morale che dobbiamo tornare a promuovere, a partire dai luoghi di lavoro, per la democrazia e per rendere onore ai nostri caduti.

 Franco Tosi, Legnano 11 gennaio 2019

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