Gli anni 70

ANNI ’70 – SCENARIO

Il decennio che si apre all’indomani dell’“autunno caldo” è caratterizzato da una profonda stasi degli assetti sociali ed economici non solo in Italia, ma in tutto il mondo industrializzato: si ferma la crescita economica, con la crisi petrolifera aumentano i prezzi delle materie prime, le economie industriali rispondono avviando intensi processi di ristrutturazione, il problema sociale numero uno diventa l’occupazione….leggi tutto lo scenario

ANNI ’70 – STORIA DELLA FIM

LE POLITICHE SINDACALI

Gli anni Settanta si aprono con un evento cruciale per la storia sociale e sindacale italiana: il 20 maggio 1970 viene approvata la legge 300, più nota come “Statuto dei lavoratori”, che garantisce fondamentali diritti ai lavoratori e ai loro sindacati. Nel settore metalmeccanico si raggiungono importanti accordi: nel giugno 1971 alla Fiat, su ambiente di lavoro, cottimi e passaggi di categoria, dopo grandi lotte unitarie; nel luglio 1971 all’Alfa Romeo, dove il primo contratto integrativo stabilisce la parità di trattamento tra i lavoratori di Pomigliano e quelli di Arese; e ancora, negli anni successivi, alla Zanussi, di nuovo all’Alfa, all’Olivetti, all’Italsider sugli investimenti nel Mezzogiorno. Grande importanza hanno i contratti nazionali. Con il contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973 (in marzo con Intersind e Asap, in aprile con la Federmeccanica) si conquistano l’inquadramento unico operai-impiegati, le 150 ore retribuite per l’aggiornamento culturale dei lavoratori, gli aumenti uguali per tutti; nelle imprese pubbliche i siderurgici ottengono la settimana di 39 ore. Il contratto del 1976 (firmato il 1° maggio) ottiene i diritti di informazione, una vera novità nel sindacalismo occidentale, e la settimana di 39 ore per i siderurgici privati. Infine, nel contratto del 1979, per la prima volta emerge la questione della riduzione dell’orario di lavoro come centro della vertenza contrattuale. La Fim si impegna strenuamente per questa rivendicazione, osteggiata da una parte della componente comunista della Fiom, e riesce a far prevalere la sua linea all’assemblea di Bari per l’approvazione della piattaforma (dicembre 1978). Il contratto, ottenuto dopo una lunghissima lotta (luglio 1979), registra un risultato modesto su questo punto, ma è pur sempre un primo passo significativo. Sul piano confederale, è storico l’accordo del 25 gennaio 1975 tra sindacati e Confindustria per l’unificazione del punto di contingenza (sostenuta soprattutto dalla Cisl) al livello più alto. Ma l’inflazione crescente pone ben presto dei problemi, il sindacato è chiamato a “farsi carico delle compatibilità” economiche: nel marzo 1977 viene raggiunto un accordo che “deindicizza”, cioè sottrae al calcolo della contingenza le liquidazioni e abolisce 5 festività. È un accordo che implica un mutamento di atteggiamento da parte del sindacato verso i problemi dell’economia e perciò solleva difficoltà e opposizioni alla base e in diversi settori delle organizzazioni sindacali. Le politiche sindacali di quest’epoca si riassumono nella “linea dell’Eur” (piattaforma approvata dai consigli generali di Cgil, Cisl e Uil riuniti al palazzo dei congressi dell’Eur, a Roma, dal 13 al 15 febbraio 1978): attenzione alle compatibilità economiche e sociali, contenimento delle rivendicazioni per favorire l’occupazione e il Mezzogiorno. Queste priorità generali fanno emergere il ruolo delle confederazioni, si appanna quello delle categorie. La Flm continua tuttavia a essere un grande riferimento politico e sociale: la manifestazione di oltre 200 mila metalmeccanici a Roma (2 dicembre 1977) ha un fortissimo impatto politico e anche un grande significato democratico: dopo mesi di tensione, durante i quali per motivi di ordine pubblico è proibito manifestare a Roma, i metalmeccanici “si riappropriano” della piazza in modo pacifico e democratico. È un momento alto dell’autonomia della Flm, la cui iniziativa di lotta non è gradita alle confederazioni e tanto meno al Pci, che all’epoca sostiene il governo e fa di tutto per scongiurarla. Crea sensazione la vignetta di Forattini sulla “Repubblica”, nella quale si vede Berlinguer a casa in vestaglia e pantofole mentre sotto la sua finestra passa rumorosa la manifestazione dei metalmeccanici.

L’UNITÀ MANCATA

Agli inizi degli anni Settanta, con il moltiplicarsi delle iniziative unitarie, si comincia a parlare di “unità organica” e anche a prevedere i tempi per la costituzione del sindacato unitario. Ma il processo si interrompe e, dopo una serie di riunioni lungo due anni, il risultato finale è la costituzione della Federazione unitaria Cgil, Cisl e Uil tenuta insieme da un patto federativo (Roma, 24 luglio 1972). Intanto verso l’unità organica continuano a correre i metalmeccanici, con in testa la Fim. Già si prevedono i congressi di scioglimento delle organizzazioni. La Fim lo fa con il settimo congresso straordinario del 19-20 maggio 1972 a Milano, dove decide all’unanimità di sciogliersi e di dare vita alla federazione unitaria dei metalmeccanici. Pochi giorni dopo, a Brescia, l’assemblea unitaria di Fim, Fiom e Uilm annuncia per l’ottobre di quell’anno la data del congresso di fondazione del sindacato unitario dei metalmeccanici. Questo congresso non si farà mai. Le confederazioni hanno preso un’altra strada. I metalmeccanici, rimasti “in mezzo al guado”, comunque si riuniscono nella Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici), che ha la sua sede nazionale a Roma in corso Trieste 36; vengono unificati bilanci, stampa, formazione, attività internazionale (estate 1972). Ma non si giunge all’unità organica. Anzi, ben presto si annunciano i sintomi di deterioramento delle strutture unitarie, a cominciare dai consigli dei delegati. Già nella prima conferenza di organizzazione della Flm (Bellaria, novembre 1974) si denunciano nella relazione e nel documento unitario le interferenze dei partiti, i tentativi di egemonia, la tendenza di troppi delegati a rappresentare non già unitariamente i lavoratori, bensì la loro componente quando non il loro partito. Questi processi di deterioramento, malgrado le ripetute denunce, si aggraveranno nel corso degli anni Settanta.

GLI SVILUPPI NELLA FIM

Nei primi anni Settanta la Fim, cresciuta numericamente, culturalmente e in peso politico, è forza trainante nel progetto di un profondo rinnovamento del sindacato. Guidata da Pierre Carniti, divenuto segretario generale nell’aprile 1970 (Macario è passato in segreteria confederale), la Fim concentra le sue energie in due direzioni: l’unità nella Flm, il rinnovamento della Cisl. L’unità nella Flm: è dalla Fim che vengono le maggiori forzature per realizzare il progetto unitario, che essa vincola strettamente alla piena acquisizione da parte di tutti di una ferma autonomia dalle forze politiche; ed è la Fim che “tira la carretta” per reggere fintanto che è possibile la prospettiva unitaria. Protagonista instancabile nella creazione del sindacato unitario è Alberto Gavioli, responsabile organizzativo della Fim, che morirà prematuramente nel 1983. Ma nella Flm, per le degenerazioni già descritte e la caduta progressiva dell’autonomia, cominciano a porsi alla Fim dei problemi di un recupero di identità dell’organizzazione, già emersi fin dall’ottavo congresso (Bergamo, 31 maggio-3 giugno 1973). Ai temi dell’identità la Fim dedica un seminario nell’autunno 1974 a Verona. I problemi si ripropongono al nono congresso (Montecatini, 23-26 maggio 1977), dal quale peraltro escono un forte messaggio unitario e una pressione a proiettare sul territorio le esperienze democratiche e unitarie sviluppate in fabbrica. Tuttavia la Flm è sempre meno un riferimento credibile, nasce l’esigenza di strumenti organizzativi propri, a cominciare dalla formazione, un bisogno non più coperto dalle iniziative unitarie. È così che il consiglio generale di Modena dell’aprile 1979 decide la realizzazione di un centro di formazione proprio della Fim. Sarà il “Romitorio” di Amelia. Il rinnovamento della Cisl: la Fim è alla testa delle forze che vogliono fare della confederazione un’organizzazione più progressista e autonoma, aperta e non timorosa di assumere un ruolo guida. Il rinnovamento della Cisl è un fatto, indicato anche dai numeri: all’assemblea organizzativa di Napoli (novembre 1975), la confederazione registra 2 milioni e mezzo di iscritti. Dal 1968 è cresciuta del 52%, ma l’incremento più alto è avvenuto proprio nelle categorie dell’industria (+63%), che così accrescono il loro peso politico. Ci sono tuttavia anche resistenze al rinnovamento e al processo unitario; nel 1972 prende avvio un tentativo scissionista promosso da una minoranza della Cisl e appoggiato dal sindacato americano Afl-Cio, facente capo al segretario confederale Vito Scalia. La Fim è in primo piano nel combattere questo tentativo, che non avrà esito; nel 1975 Scalia viene destituito dalla sua carica.

La Fim “investe” i suoi uomini sempre più nella confederazione: dopo Macario, anche Carniti nel luglio 1974 passa in confederazione, sostituito alla guida della Fim da Franco Bentivogli. Il coronamento di questi sforzi lo si ha al congresso confederale del giugno 1977, nel quale si confrontano due “tesi” contrapposte (nel congresso di Bergamo di due mesi prima la Fim si era espressa contro ogni tentativo di integrazione tra i due schieramenti: no a mediazioni dettate da preoccupazioni gestionali, sì a un franco confronto tra posizioni politiche chiare). Dunque, al congresso Cisl si vota e vince lo schieramento progressista. A Macario, divenuto nel frattempo segretario generale della Cisl, si affiancherà Carniti come “aggiunto”: due uomini della Fim sono ora alla guida della confederazione. Il “travaso” di uomini della Fim avviene anche verso altre categorie dell’industria e verso importanti strutture periferiche della Cisl. Pur nelle difficoltà dentro la Flm, la Fim non smarrisce i suoi valori e riesce a imporli nella contrattazione: le conquiste egualitarie dei primi anni Settanta, la solidarietà soprattutto verso i disoccupati. È del 1978 il libro “Lavorare meno per lavorare tutti” firmato da Carniti, Morese, Frey, Cacace. La Fim apre la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro. Infine, l’impegno internazionale: anche qui la Fim lo esercita nell’ambito unitario della Flm, investendo energie e uomini. È un uomo della Fim, Alberto Tridente, a guidare la politica internazionale dei metalmeccanici italiani e a imprimere ad essa una forte caratterizzazione. In particolare si sviluppa la presenza italiana nell’ambito della Fem, la Federazione europea dei metalmeccanici, mentre si lavora per costruire le condizioni dell’entrata della Flm nella Fism, la Federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici. Contemporaneamente si dispiega l’iniziativa di solidarietà internazionale, sempre in ambito Flm ma senza rinunciare a proprie accentuazioni. La Fim è in prima linea, insieme alla Cisl, nell’accogliere e integrare nel proprio lavoro esuli cileni in fuga dalla repressione di Pinochet.